migranti

Ammazzato di botte.

Nicholas, 12 anni, brindisino di adozione, albanese di nascita, conosceva alla perfezione il significato di “ammazzato di botte”. Era arrivato in Italia a gennaio, un mese freddo, troppo per le piccole mani che avevano dovuto reggere il portellone di una vecchia Skoda, semichiuso per non farsi scorgere, giusto lo spazio per respirare. Quello spazio sorretto dalle sue dita congelate.

Un lungo viaggio da Tirana. Infinito. Fuggiva. Sapeva anche cosa voleva dire fuggire. Un ragazzo di 12 anni che sa perfettamente il significato di “ammazzato di botte” e di “fuggire”, ha già vissuto tutto. Quella mattina, sul bagnasciuga del villaggio turistico Mediterraneo, nell’alba pugliese cocente e lenta, gli si era stretto il fiato in gola. Spiaggiato e freddo, il corpo di un uomo. “Ammazzato di botte”, così sarebbe apparsa la notizia il giorno dopo sulla gazzetta locale. Sfiorato dalle onde leggere di un mare turisticamente perfetto.

Nicholas era stato il primo a trovarlo. Nicholas dormiva poco d’estate. Si alzava con il padre Rudy, che lavorava in quel villaggio come cuoco, così gli aveva sempre raccontato. “Io sono un cuoco” e Nicholas ne andava fiero. Lavava i piatti in realtà o poco più. Ma era impeccabile nella sua divisa bianca, impeccabile come il suo accento slavo non ancora perso nonostante da due anni vivesse in Italia.

Fuggito dall’Albania insieme al figlio. Era il terzo componente di un piccolo gruppo di dissidenti politici. Ammazzati di botte. Nicholas li aveva visti, gli altri due, cadere davanti ai suoi occhi e davanti alla porta di casa sua, alla vigilia di Natale. In piena caccia grossa organizzata dal reparto speciale della polizia. Li aveva visti sputare sangue fino all’ultimo barlume di vita. Crollare a terra massacrati dai pugni di cinque agenti incappucciati di nero. Nero come il buio di quella notte a Tirana. O come il viaggio dentro quel cofano semi-arrugginito.

Nicholas dormiva poco forse anche per questo. Aveva bisogno di vedere la luce appena possibile.

E così quella mattina era stato il primo a trovarlo. Avevano strappato gli abiti di dosso a quell’uomo muscoloso. Nudo e rannicchiato sulla sabbia bagnata. Sembrava dormisse. Lo aveva guardato a lungo, stropicciati gli occhi ancora sonnacchiosi, sperava se ne andasse, si alzasse e se ne andasse. Invece no. Dalle tumefazioni sulla schiena, pareva avesse combattuto contro un nemico spietato, senza tregua, senza speranza.

“L’hanno picchiato !!”

“Chi? Chi hanno picchiato?” Il padre di Nicholas non aveva fatto caso più di tanto che il letto del figlio fosse vuoto, era abituato a non trovarlo al risveglio, era tranquillo perché solitamente lo sapeva in giro per i vialetti del villaggio. Stava facendo colazione, testa china sulla tazza di caffelatte, televisore sintonizzato su di un canale albanese un po’ disturbato ma tanto era, meglio di niente. Stava portando il cucchiaio alla bocca, quando Nicholas irruppe in casa, urlando “L’hanno picchiato !!”

“Chi hanno picchiato?” ripetette due volte il padre. “Un uomo. Sulla spiaggia, è sulla spiaggia. Sembra morto. Forse è morto. Non so. Papà, l’hanno picchiato.”

“Ora calmati Nicholas”. Il padre gli prese le mani tremanti. Come foglie leggere vibravano. Lo abbracciò forte. Lo strinse a sé per dargli calore, per trasmettergli una sicurezza che forse neanche lui possedeva. Ma ne era il padre. Doveva in qualche modo dimostrarglielo. “Vengo a vedere dai !”.

Si buttò addosso una felpa sbiadita che gli aveva regalato lo chef, quello vero, il giorno del suo compleanno. Al centro, ancora riconoscibile, il profilo della Puglia e una scritta “Benvenuti nella terra del sole, del mare e del vento.” E di vento quella mattina ce n’era parecchio.

Rudy, tenendo Nicholas per mano, uscì dal suo alloggio, modesto, al primo piano della palazzina centrale, quella davanti alla piscina ormai vuota. Mancava una settimana alla fine di settembre, pochi giorni ancora e il villaggio avrebbe chiuso la stagione. Erano rimasti pochi turisti, per lo più locali. Padre e figlio giunsero in spiaggia quando una pattuglia di vigili urbani, probabilmente avvisati da qualcuno, stava già facendo delle rilevazioni. Il corpo dell’uomo era stato coperto da un lenzuolo bianco. “Papà, vorrei anch’io avere quel lenzuolo per coprirmi di notte. Guarda come è bianco !!” sussurrò Nicholas all’orecchio del padre che stava osservando con attenzione la scena. Rudy si voltò, sorrise e lo accarezzò. Si radunò una piccola folla di curiosi.

“Sono io che l’ho visto per primo”. Con il petto gonfio per la soddisfazione, quasi si aspettasse di ricevere un’onorificenza per ciò che aveva scoperto, il ragazzo passò fra i presenti, andando a sistemarsi di fianco ad un vigile urbano. “Questa notte è arrivato poco lontano di qui, un barcone di profughi albanesi” lo sentì raccontare ad un giovane elegantemente vestito. “Chi è papà?” fece Nicholas indicando l’uomo con un dito. “E’ un giornalista. Il cronista della gazzetta locale. Comunque te l’ho detto mille volte che non devi fare segno con il dito quando parli di qualcuno !” Il ragazzo abbassò la testa contrito, ma non smise di ascoltare ciò che l’agente raccontava. “Erano parecchi, troppi per le dimensioni della barca. Probabilmente qualcuno l’hanno ammazzato di botte e buttato in mare per alleggerire il carico. Questo è il primo che troviamo. Abbiamo recuperato l’imbarcazione vuota a 700 metri dalla riva. Non poteva andare oltre altrimenti si sarebbe arenata sul fondale.” 700. A Nicholas rimase quel numero in mente. 700. Quanti sono 700 metri?

“Papà, per favore, dammi le chiavi di casa, ho bisogno di andare in bagno”. Rudy gliele sporse. Mentiva. Arrivò a casa di corsa, trafelato. Sapeva che suo padre teneva un metro di legno nel cassetto del comodino. Lo trovò subito. Uscì di nuovo di corsa. Quel giorno non andò a scuola. Qualcuno lo vide appoggiare sulla sabbia il metro. E contare. 1, 2, 3, 4…

Un racconto di Flavio Palazzina

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