isis

“Dieci leader dell’Isis, alcuni dei quali collegati alle stragi del 13 novembre a Parigi, sono stati uccisi in recenti raid aerei della coalizione a guida Usa. Lo ha comunicato un portavoce del Pentagono, colonnello Steve Warren, portavoce della coalizione anti-Isis.”

Questa è l’ultima sull’Isis, ma purtroppo non sarà l’ultima. Credo che il nuovo anno sarà dominato dall’informazione su questo fenomeno storico che domina l’attualità. Forse vale la pena fare un riassunto delle puntate precedenti.

Lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, noto anche con la sigla “ISIS”, da più di due anni combatte nella guerra civile siriana contro il presidente sciita Bashar al Assad, e da circa un anno ha cominciato a combattere non solo contro le forze governative siriane ma anche contro i ribelli più moderati, creando di fatto un secondo fronte di guerra in quell’area martoriata dai conflitti. L’ISIS è un’organizzazione molto particolare: definisce se stessa come “stato” e non come “gruppo”. Usa metodi così violenti che anche al Qaida se ne è distanziata. Controlla tra Iraq e Siria un territorio esteso approssimativamente come il Belgio, e lo amministra in autonomia, ricavando dalle sue attività i soldi che gli servono per sopravvivere. Teorizza una guerra totale e interna all’Islam, oltre che contro l’Occidente, e vuole istituire un califfato non si sa bene dove, ma i suoi capi sono molto ambiziosi.

La sua avanzata, rapida e inaspettata, ha fatto emergere i moltissimi problemi dello stato iracheno ed ha intensificato le tensioni settarie tra sciiti e sunniti, alimentate negli ultimi anni dal pessimo governo del primo ministro sciita iracheno Nuri al-Maliki. Per capire la storia dell’ISIS serve conoscere tre personaggi molto noti tra chi si occupa di terrorismo e jihad: il primo, conosciuto da tutto il mondo per gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, è Osama bin Laden, uomo di origine saudita che per lungo tempo è stato a capo di al Qaida; il secondo è un medico egiziano, Ayman al-Zawahiri, che ha preso il posto di bin Laden dopo la sua uccisione in un raid americano ad Abbottabad, in Pakistan, il 2 maggio 2011; il terzo è Abu Musab al-Zarqawi, un giordano che dagli anni Ottanta e poi Novanta – cioè fin dai tempi della guerra che molti afghani combatterono contro i sovietici che avevano occupato il territorio dell’Afghanistan – era stato uno dei rivali di bin Laden all’interno del movimento dei mujaheddin, e poi anche di al Qaida.

Nel 2000 Zarqawi decise di fondare un suo proprio gruppo con obiettivi diversi da quelli di al Qaida; egli voleva provocare una guerra civile su larga scala e per farlo voleva sfruttare la complicata situazione religiosa dell’Iraq, paese a maggioranza sciita ma con una minoranza sunnita al potere da molti anni con Saddam Hussein. L’obiettivo di Zarqawi, che si è definito meglio anche con l’intervento successivo di diversi ideologi jihadisti, era creare un califfato islamico esclusivamente sunnita. Questo punto è molto importante, perché definisce anche oggi la strategia dell’ISIS e ne determina le sue alleanze in Iraq. Nel 2011 il gruppo si è rafforzato, riuscendo tra le altre cose a liberare un certo numero di prigionieri detenuti dal governo iracheno. Nell’aprile del 2013 la guerra in Siria gli diede nuove possibilità di espansione anche in territorio siriano.

Lo Stato Islamico minaccia non solo gli Stati Uniti, ma anche l’Europa, mentre Londra, Parigi, Roma e Berlino osservano il dilagare della violenza e della guerra fin dentro i confini di casa propria senza muovere un dito. L’Unione Europea non fa nulla. Cosa fanno gli stati importanti d’Europa? Troppo poco. Il fatto che gli Stati Uniti non abbiano una strategia non giustifica l’immobilismo europeo. Intanto gli esperti di geopolitica e i “servizi” sono d’accordo sul fatto che con l’operazione autonomamente lanciata in Siria la Francia non mirava ad arginare l’esodo di profughi né a rafforzare la coalizione anti-Isis, ma a neutralizzare un gruppo preciso di combattenti che probabilmente stava preparando attentati devastanti sul territorio francese. Un’analisi che sembrerebbe confermata dai fatti.

Questo è stato un anno drammatico per la Francia, aperto dalla strage di Charlie Hebdo. Ora i sette attacchi coordinati nella capitale nonostante un dispositivo di massima allerta sempre dispiegato su tutto il territorio. Il 7 gennaio sono 12 i morti nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo. Due giorni dopo, l’ondata di terrore termina con un doppio blitz: nel primo, a Dammartin en Goele, le teste di cuoio uccidono i fratelli Said e Chérif Kouachi, i due franco-algerini autori del massacro di Charlie. Intanto, in un supermercato kosher a Parigi, il fiancheggiatore dei due fratelli – Amedy Coulibaly – colpisce a morte 4 persone prima di essere eliminato. l’ondata di terrore termina con un doppio blitz: nel primo, a Dammartin en Goele, le teste di cuoio uccidono i fratelli Said e Chérif Kouachi, i due franco-algerini autori del massacro di Charlie. Intanto, in un supermercato kosher a Parigi, il fiancheggiatore dei due fratelli – Amedy Coulibaly – colpisce a morte 4 persone prima di essere eliminato. In febbraio, un altro allarme: tre militari di servizio davanti a un sito della comunità ebraica di Nizza vengono aggrediti con un coltello dal francese di origine africana Moussa Coulibaly. Poi l’attentato sventato con l’arresto dello studente di informatica Sid Ahmed Ghlam, trovato in possesso di un arsenale di guerra e pronto ad attaccare chiese di Villejuif, banlieue di Parigi. Anche se poi si appurò che il movente era personale, in giugno la decapitazione di un imprenditore nella banlieue di Lione ha fatto salire ulteriormente la tensione nel Paese, dato che a compiere l’azione era stato un uomo di origini arabe con messinscena tipica della jihad. Ad agosto l’allarme per tutti treni d’Europa: un marocchino apre il fuoco su un Tgv; l’attentatore viene placcato da tre americani che col loro coraggio evitano quella che poteva essere una strage. Secondo il ministero dell’Interno francese, poco meno di 2.000 francesi sono legati a organizzazioni coinvolte nella “guerra santa” islamica o nelle organizzazioni radicali in Siria o in Iraq.

Probabilmente nel 2016 l’argomento principale di discussione non sarà tanto la guerra allo Stato islamico, ma il futuro del siriano Assad, che Mosca condizionerà al mantenimento dello status quo in Crimea e nell’Ucraina orientale. Non ci resta che attendere l’anno nuovo.

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2 pensieri su “ISIS ovvero la fonte di notizia che dominerà il 2016

  1. L’ha ribloggato su Lo smemorato di Collegnoe ha commentato:

    Probabilmente nel 2016 l’argomento principale di discussione non sarà tanto la guerra allo Stato islamico, ma il futuro del siriano Assad, che Mosca condizionerà al mantenimento dello status quo in Crimea e nell’Ucraina orientale. Non ci resta che attendere l’anno nuovo.

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