Theresa May è riuscita a passare indenne da un voto cruciale per il suo governo, dopo la sconfitta durissima sul suo accordo con l’Ue per la Brexit che risulta oramai sepolto; con 325 a 306 è stata respinta la mozione di sfiducia contro di lei e il suo governo.

Il leader laburista Jeremy Corbyn ha affermato alla Camera dei Comuni che il voto sarebbe stato decisivo per la tenuta dell’esecutivo e quindi per la sua scalata al governo di Sua Maestà, ma ancora una volta il voto dei deputati del Democratic Unionist Party, i lealisti nordirlandesi, determinati a impedire che Corbyn formi un nuovo governo è risultato decisivo per il destino attuale di Theresa May.

Ora che ce l’ha fatta, ricomincerà tutto daccapo, la premier britannica riprenderà a tessere la tela con i suoi per un nuovo, al momento irrealistico accordo, per allontanare lo spauracchio del 29 marzo, quando il Regno Unito, senza un’uscita concordata con l’Ue, verrebbe brutalmente sbalzata fuori dall’Unione, con conseguenze economiche e commerciali potenzialmente gravissime.

Il partito della May risulta dilaniato da correnti diversissime, dai brexiters agli europeisti. Il punto è che non esiste un piano B dopo che le hanno “ammazzato” l’accordo raggiunto con enorme fatica con l’Europa lo scorso novembre dopo due anni di negoziati.

Inoltre, il nodo fondamentale del backstop, una assicurazione concordata con l’Unione Europea per preservare la fluidità e l’invisibilità del confine tra Irlanda del Nord e Repubblica di Irlanda; pilastro, questo, fondamentale all’accordo di pace sottoscritto il Venerdi Santo nel 1998m pare tuttora irrisolvibile: i conservatori ribelli e gli unionisti nordirlandesi (che forniscono appoggio esterno a May in Parlamento) lo vogliono rendere estraneo a un nuovo accordo mentre per l’Europa è imprescindibile.

Quindi la  May è rimasta a galla, ma lo stallo rimane immutato. Per questo si pensa di rinviare la scadenza del 29 marzo, cosa che Londra può richiedere ai 27 paesi membri Ue che in maggioranza dovrebbero essere favorevoli e approvare.

Angela Merkel però esclude la possibilità di un nuovo accordo, anche se si dice possibilista sui tempi da dare alla Gran Bretagna per trovare una soluzione interna, su cui – specifica la cancelliera – non ci saranno pressioni europee di alcun tipo. Cioè non infierire su May, ma difendere gli interessi europei. È questa la linea di Macron: “Abbiamo già raggiunto il limite di quello che potevamo fare nel contesto dell’accordo. Per risolvere un problema di politica interna britannica non possiamo non difendere gli interessi degli europei”.

Esaminiamo ora concretamente gli scenari che si preparano per la negoziazione fra il Regno Unito e l’Unione Europea:

– il Regno Unito potrebbe scegliere di entrare nello Spazio Economico Europeo (SEE) come l’Islanda, il Liechtenstein e la Norvegia. Questa opzione preserverebbe i vantaggi della legislazione del mercato unico, ma non consentirebbe al Regno Unito di influenzare direttamente il processo legislativo dell’UE;

– è molto probabile che il Regno Unito cercherà di negoziare con l’UE più accordi su temi specifici (come i servizi finanziari/bancari) oppure un singolo accordo trasversale ai settori (una sorta di accordo omnibus). Tali accordi possono concedere il diritto alle imprese europee di stabilire succursali o filiali nel Regno Unito e viceversa, e anche prevedere limitati diritti relativi ad attività transfrontaliere dirette.

Entrambe le opzioni minimizzerebbero gli effetti negativi della Brexit. Al contrario, se nessuna di queste alternative dovessero essere perseguita, le barriere giuridiche potrebbero limitare profondamente l’accesso al mercato finanziario di Londra.

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