l’arcitaliano

Benigni sinistro

La dialettica politica non può essere definita intolleranza. Benigni si contraddice clamorosamente, mi pare giusto sottolinearlo. Questi sono gli effetti provocati da chi ha iniziato la discussione sul voto referendario troppo presto per pura propaganda elettorale. Sei mesi di discussioni ci sfiancheranno, può essere un metodo, ma non si tratta di logica politica.

Benigni nei sei minuti dell’anteprima della replica, di ieri, della serata evento La più bella del mondo va dritto al punto: “Ora si fa un gran parlare della Costituzione, è attualissima perché si parla della riforma, dobbiamo farla o non dobbiamo farla? Si può ritoccare e rivedere? Ma certo, è scritto dentro la Costituzione”, dice il premio Oscar “naturalmente non la prima parte, ma nell’articolo 138 – gli articoli sono 139 – il penultimo”.

Il premio Oscar ammette però che la riforma è “pasticciata”, ma sostiene che sia meglio di niente. “Sono trent’anni che sento parlare della necessità di superare il bicameralismo perfetto: niente – afferma Benigni – Di creare un Senato delle Regioni: niente. Di avere un solo voto di fiducia al governo: niente. Pasticciata? Vero. Scritta male rispetto alla lingua meravigliosa della Costituzione? Sottoscrivo. Ma questa riforma ottiene gli obiettivi di cui parliamo da decenni. Sono meglio del nulla. E io tra i due scenari del giorno dopo, preferisco quello in cui ha vinto il sì, con l’altro scenario si avrebbe la prova definitiva che il Paese non è riformabile”.

Ecco sposate integralmente le ragioni di Renzi, intanto la rete si scatena come al solito arrivando a dare del rincoglionito al Premio Nobel Dario Fo che si definisce “sconvolto, terribilmente stupito”. Dario Fo ricorda Roberto Benigni quando era ancora ragazzo e muoveva i suoi primi passi nel mondo dello spettacolo. Lo rivede “fare fatica, recitare in posti in cui a malapena c’era la luce, una vera forza della natura”. E ora, quasi non sembra farsene una ragione. L’endorsement dell’attore toscano a favore delle riforme di Matteo Renzi gli sembra inaccettabile, se non nell’ottica del “dare e avere”. Premio Nobel contro premio Oscar, in nome di quella che proprio Benigni aveva definito “la più bella del mondo”: la Costituzione. Da tempo vicino al Movimento 5 stelle, Fo dosa le parole, ma quello di cui parla è di fatto un “tradimento” figlio delle “lusinghe” del potere.

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no!

no

Referendum Costituzionale.

Incontro pubblico per la costituzione del comitato locale per il NO al referendum sulle modifiche effettuate alla Costituzione dal Governo Renzi.

Presso Villa 5 – Parco Dalla Chiesa, Collegno – 19 maggio 2016.

L’incontro viene aperto dal padrone di casa Gabriele Moroni dell’ARCI che condivide la posizione referendaria negativa con l’ANPI. La riforma costituzionale, proposta dal Governo e non dal Parlamento come prevede la Costituzione, compromette la partecipazione democratica del popolo.

Il superamento del bicameralismo perfetto che deriva dalla riforma sbilancia la gestione del potere in direzione del Presidente del Consiglio, realizzando quanto già teorizzato in precedenza.

Secondo la Prof.ssa di diritto costituzionale, presso l’Università di Torino, Alessandra Algostino, il processo di attacco alla democrazia concluso con questa riforma ha avuto inizio negli anni ottanta, tendendo ad una verticalizzazione della gestione del potere.

Il disegno di legge governativo Boschi è stato votato, da un Parlamento delegittimato dal fatto di essere stato eletto con una legge elettorale dichiarata anticostituzionale dalla Corte Costituzionale, senza la necessaria ampia condivisione della Nazione prevista dalla Costituzione.

La nostra è una Costituzione armonica nei meccanismi di equilibrio fra i poteri dello Stato. La riforma, invece, tende a concentrare i poteri nelle mani del Presidente del Consiglio attraverso un depotenziamento dei controlli del Parlamento.

Sposando questa riforma costituzionale alla nuova legge elettorale approvata dal Parlamento in carica e denominata “italicum”, si otterrà un vulnus democratico netto, basti dire che l’abnorme premio di maggioranza previsto assegnerà il 54% dei seggi a chi prenderà il 40% dei voti al primo turno o (molto più probabilmente) il 20% al secondo turno. Il Paese sarà governato da una minoranza e non da una maggioranza con una Costituzione svuotata dei suoi contenuti di equilibrio.

Per approfondire le motivazioni del no, si rimanda al sito http://www.iovotono.it/.

il pantano libico

mappa-libia-cirenaica

Barack Obama vorrebbe chiudere in gloria una stagione presidenziale considerata neo-isolazionista, riconquistando Raqqa e stroncando l’Isis in Libia. Quindi Renzi dovrebbe essere consapevole del fatto che a Washington, in occasione della conferenza sul nucleare, la Casa Bianca vorrà convincerlo ad appoggiarlo nei suoi intenti. E’ noto che i francesi e soprattutto gli inglesi sono pronti ad appoggiare Obama in ogni sua iniziativa contro l’Isis e dunque il Presidente del Consiglio ha ridotte vie di fuga dall’impegno diretto.

Le difficoltà dell’Isis in Siria e in Iraq hanno diffuso la sensazione che il Califfato potrebbe intensificare l’attività terroristica in Europa, oltre ad accelerare il “trasloco” verso il golfo della Sirte. Si sarebbe cioè aperta la possibilità di assestare all’Isis colpi incisivi.

L’Italia dovrebbe essere consapevole del fatto che sarebbe un grave errore, in un contesto come l’attuale, inviare soldati in Libia solo perché chiesto da un governo insediato dall’assemblea generale dell’Onu a settembre, che desidererebbe una “leadership italiana in Libia”. Tuttavia il nostro governo parrebbe disposto a dispiegare, con modalità da valutare, le eccellenze militari a disposizione: Tornado e reparti speciali di piccole dimensioni ma di forte impatto operativo.

Da qualche giorno Serraj e il suo Consiglio Presidenziale sono attesi a Tripoli, sospinti dal via libera dell’Onu, ma l’amministrazione della città ha dichiarato lo stato di emergenza proprio per impedire l’insediamento del nuovo governo, provocando scaramucce per ora dimostrative. La presenza di militari occidentali getterebbe ulteriore discredito sul già delegittimato governo libico, questo rischierebbe di rafforzare la presenza Isis insediata nella città di Sirte.

A questo punto pare chiaro che la benedizione dell’Onu non trasforma l’esecutivo Serraj in qualcosa di diverso da un governo fantoccio. Serraj che dovrebbe porsi al di sopra delle due fazioni che comandano a Tripoli e a Tobruk, ha avuto le prime difficoltà allorché ha formato un esecutivo record con 32 ministri, 64 sottosegretari e 9 consiglieri presidenziali in tutto ben 105 persone.

Per esemplificare occorre ricordare che a seguito di una complicata mediazione tra Tobruk e Tripoli è stato nominato ministro degli Esteri Marwan Ali Abu Sraiweil appartenente ad una famiglia importante della Tripolitania con qualche interesse in Cirenaica. Molti hanno allora rilevato uno sbilanciamento. Si è quindi deciso di nominare altri due pari grado, uno alla Cooperazione internazionale e un altro per gli Affari arabi e africani. Le ironie e le polemiche da parte degli osservatori si sono a tal proposito sprecate stimolando una drastica riduzione dei titolari di dicastero. I quali, in ogni caso, sono restati a lungo a Tunisi dal momento che nella capitale libica non erano ben accetti.

Il capo dell’entità governativa della Tripolitania vicina ai Fratelli musulmani, Khalifa Ghweil, ancora oggi considera quello di Serraj un esecutivo imposto dall’esterno che i libici non accetteranno mai. In una occasione si è lasciato sfuggire che qualora Serraj si presentasse a Tripoli, lui lo farebbe arrestare.

Sull’altro versante, quello di Tobruk, grande incognita è il generale Khalifa Haftar, già al fianco di Gheddafi e adesso, sostenuto dall’Egitto, uomo forte di quella fazione. L’ufficiale, appoggiato anche da commandos francesi, è alla guida dell’offensiva per la liberazione di Bengasi contro diversi gruppi islamisti come i qaedisti di Ansar Al Sharia che nel 2012 uccisero l’ambasciatore americano Chris Stevens e la Brigata Martiri del 17 febbraio vicina ai Fratelli musulmani.

Si tratta, in tutta evidenza, di una situazione caotica, anche se solo accennata, che convincerebbe chiunque a non inviare contingenti ad impantanarsi in Libia. Sarebbe più saggio proseguire la politica già in atto, cioè dare supporto ai primi passi governativi di Serraj, il quale dovrà farsi carico di conquistare il consenso e la legittimazione che, come abbiamo visto, al momento gli mancano. Solo quando avrà ottenuto questo, potrà eventualmente permettersi una richiesta di sostegno militare internazionale per combattere l’Isis.

articolo 11

costituzione art. 11

Art. 11

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

no alla guerra

Piero Calamandrei nel discorso ai giovani tenuto alla Società Umanitaria, Milano, 25 gennaio 1955 disse: “Se volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati.

Dovunque è MORTO UN ITALIANO PER RISCATTARE LA LIBERTA’ E LA DIGNITA’, andate li, o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra COSTITUZIONE”.

Non è il caso di averne altri di morti, i nostri interessi in Libia vanno difesi in Europa con la politica. Francia e Gran Bretagna (con il beneplacito degli USA) stanno provando a scalzarci dalle nostre zone d’influenza economiche ereditate, volenti o nolenti, dalla Storia. E a Bruxelles che dobbiamo andare non a Tripoli o Bengasi!

Promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo, conclude l’art. 11, bene l’Italia lo ha già fatto entrando prima nella CEE come Stato fondatore poi nell’UE come evoluzione storica dell’Unione Europea. Matteo Renzi, facciamo valere questa nostra rinuncia in ambito comunitario, contiamo qualcosa e dimostriamolo, basta con la subalternità!

Rischio di costituzionalità per la legge elettorale

Il 24 febbraio il tribunale di Messina ha riconosciuto la fondatezza di sei delle tredici motivazioni addotte da un comitato che sostiene l’incostituzionalità della riforma della legge elettorale proposta in Parlamento dal Governo Renzi.

Nell’accogliere il ricorso il tribunale lo ha rinviato alla Corte costituzionale, che dovrà ora decidere prima sulla sua ammissibilità e poi, eventualmente, nel merito. Il professor Paolo Grossi, appena eletto presidente della Consulta, prevede “un tempo ragionevolmente breve per arrivare a qualcosa di definito”. Si apre così una partita delicatissima e potenzialmente assai pericolosa per il governo e, più in generale, per la stessa stabilità politica del paese. Qualora la Corte costituzionale bocciasse il carattere maggioritario della riforma, infatti, l’Italia tornerebbe ad avere una legge elettorale puramente proporzionale, e dunque incapace di garantire la governabilità del paese. La decisione della Consulta potrebbe intervenire nel prossimo autunno, a ridosso del referendum confermativo della riforma costituzionale. Se il giudizio sul codice elettorale fosse negativo, si aprirebbe dunque una stagione di estrema debolezza del quadro politico.

italicum

La legge elettorale italiana approvata nel 2015, denominata ufficialmente legge 6 maggio 2015, n. 52, comunemente nota come Italicum (soprannome che le diede nel 2014 l’allora segretario del PD Matteo Renzi suo principale promotore) è stata licenziata dal Senato e approvata definitivamente dalla Camera prevede:

  • un premio di maggioranza di 340 seggi (54%) alla lista in grado di raggiungere il 40% dei voti al primo turno o che vince al ballottaggio mentre i 277 seggi restanti (esclusi 1 della Valle d’Aosta e i 12 della circoscrizione Estero) vengono ripartiti fra le altre liste che superano lo sbarramento;
  • il ballottaggio avviene tra le due liste più votate se nessuna dovesse raggiungere la soglia del 40%, senza possibilità di apparentamento tra liste;
  • soglia di sbarramento unica al 3% su base nazionale per tutti i partiti, non essendo più previste le coalizioni;
  • suddivisione del territorio nazionale in 100 collegi plurinominali, da designare con un decreto legislativo che il governo è delegato a varare entro due mesi dall’entrata in vigore della legge;
  • designazione di un capolista “bloccato” in ogni collegio da parte di ciascun partito, con possibilità per i capilista di candidarsi in massimo 10 collegi;
  • possibilità per gli elettori di esprimere sulla scheda elettorale due preferenze “di genere” (obbligatoriamente l’una di sesso diverso dall’altra, pena la nullità della seconda preferenza) da scegliere tra le liste di candidati presentate;
  • per favorire l’alternanza di genere, l’obbligo di designare capilista dello stesso sesso per non più del 60% dei collegi nella stessa circoscrizione (regione) e di compilare le liste seguendo l’alternanza uomo-donna.

La pericolosa deriva dell’Italia innamorata del complottismo

renzi_ride

Un affilatissimo duello quello che si è verificato nei giorni scorsi al Senato tra Mario Monti e Matteo Renzi: sono affiorate due visioni opposte dell’Italia in Europa. Forse vale la pena ricordare in proposito che, anche se oggi i rapporti tra i due non sono più quelli di una volta, Giorgio Napolitano e Mario Monti sono stati i protagonisti di una delle operazioni politiche più controverse degli ultimi anni: il “dimissionamento” forzato di Silvio Berlusconi nel novembre del 2011. In quella occasione in tanti ipotizzarono un concorso internazionale, da Obama alla Merkel, nella rimozione della mina Berlusconi, sta di fatto che, concluso lo scontro in aula tra Renzi e Monti, un senatore renziano ha sussurrato: “Se il professor Monti ha mandanti internazionali per aprire la strada a qualcun altro, stavolta gli andrà male”. A palazzo Chigi qualche sospetto comincia a serpeggiare su possibili movimenti ostili dalle parti di Berlino, Bruxelles, Londra e Washington, un sospetto avvalorato degli editoriali decisamente critici con Renzi, usciti negli ultimi venti giorni su testate come Financial Times, Frankfurter Allgemeine, New York Times.

L’altra Italia, quella della trattativa, nel passato ha usato altri metodi. Opposti. Esemplare il caso del Consiglio europeo del giugno 2012, dove si sommarono trattative felpate e un veto calato al momento decisivo. Erano le settimane nelle quali il sistema dell’euro era sull’orlo della rottura, la cura da cavallo imposta dal governo Monti non riusciva a debellare lo spread e in quella occasione il presidente del Consiglio, per forzare le resistenze della Merkel, preparò riservatamente una rete di alleanze, in particolare con Obama, col neo-presidente francese François Hollande e col primo ministro spagnolo Rajoy. E così, durante un Consiglio durato ininterrottamente 15 ore, prima la Spagna e poi l’Italia minacciarono di porre il veto e alla fine, con la Germania sulla difensiva, si posero le premesse politiche per la successiva dichiarazione di Mario Draghi: il famoso «whatever it takes», che pose fine all’assedio a Roma e Madrid sui mercati finanziari.

In riferimento alle teorie complottistiche ventilate in Senato riporto di seguito un interessante articolo comparso sulla rivista web eastonline.

Mentre negli Stati Uniti cresce il timore di uno scontro Donald Trump-Hillary Clinton per la corsa alla Casa Bianca, in Italia sta emergendo con sempre maggiore vigore un fenomeno preoccupante. È la teoria del complotto, dell’agente esterno che punta a destabilizzare i sottili equilibri di un Paese che dovrà fare i conti, prima o poi, con la realtà. Non quella del complotto o delle scuse. Non quella degli seguaci accondiscendenti, anestetizzati da una retorica a senso unico. A Matteo Renzi va riconosciuto molto. Il suo vigore e la sua spinta propulsiva sono stati un toccasana contro l’immobilismo italiano. Eppure, l’impressione è che qualcosa si sia rotto.

L’episodio è noto. Il presidente del Consiglio ha attaccato a distanza Mario Monti: «I tecnici ci hanno regalato gli esodati della Legge Fornero, il fiscal compact, le tasse sulla casa e la vicenda marò, il ball-in delle banche senza aver fatto come altrove la bad bank. E adesso pretendono di spiegarci come fare a risolvere i problemi che loro stessi hanno creato?». Parole dure, che però non tengono conto della situazione in cui si trovava il Paese fra il maggio 2011 e il marzo 2012. L’Italia aveva perduto quasi tutta la sua credibilità internazionale e rischiava di essere estromessa dal mercato obbligazionario. In altre parole, fra ottobre e novembre 2011, c’era il concreto timore che un’asta di titoli di Stato potesse non essere coperta. E serviva un cambio di rotta.

Quanto introdotto dalla Commissione Europea durante la fase più oscura della crisi, compresi il tanto odiato fiscal compact e l’ancor più odiato bail-in, era quanto di meglio si potesse fare in un periodo storico dentro il quale pure i funzionari europei navigavano a vista. Mai avevano dovuto fare i conti con quella immensa tempesta che si era scatenata. Eppure, nonostante l’isteria di quei mesi, l’Eurozona è ancora qui. E quei trattati nati in notti insonni garantiscono una buona base, anche sotto il profilo della flessibilità, per il futuro. Attaccarli non ha senso, a meno che non si sia in una sorta di campagna elettorale permanente che non solo danneggia il Paese in cui viene effettuata, ma anche il clima generale dell’area in cui quel Paese è inserito. Parlando con un alto diplomatico statunitense riguardo i recenti fatti italiani, è emerso proprio questo problema: «Perché sembra che Renzi sia in costante campagna elettorale? Perché lascia intendere che ci siano delle forze esterne che vogliono destabilizzarlo? Piuttosto, la domanda che mi dovrei porre è: come posso rendere la crescita italiana sostenibile senza l’aiuto delle banche centrali?». Una domanda legittima.

Il capitale riformatore di Renzi è uno dei più significativi esempi di come basti poco per prendere delle decisioni storiche. Tuttavia, la sensazione è che si sia perso di vista l’obiettivo di ogni governo che vuole lasciare una traccia importante nella storia del Paese in cui opera. L’orizzonte temporale d’azione, a meno che non sia un mero esecutivo di transizione, non deve essere limitato. Non deve quindi guardare ai prossimi due anni, bensì al prossimo decennio. Per farlo, non deve perdere tempo in sterili discussioni su chi cospira, su chi manovra, sul nemico esterno. Illudersi che l’attuale quadro macroeconomico – tassi prossimi allo zero, politica monetaria accomodante – sia eterno è quanto di più errato si possa fare. Il mercato obbligazionario è cristallizzato, ma è proprio per questo che gli investitori stanno cercando rendimenti laddove possono, cioè su asset che presentano un grado di rischio più elevato. In pratica, nasceranno altre bolle, oltre a quelle che già ora sono presenti.

Ferruccio de Bortoli, sul Corriere della Sera, ha commentato con lucidità quale è lo scenario in cui si sta muovendo l’Italia e quali sono i rischi futuri. «L’anestetico (o il metadone) della Bce non è infinito. La congiuntura favorevole di euro e petrolio è irripetibile. Se il nostro debito, nel rapporto con il prodotto interno lordo (Pil), non dovesse scendere dopo nove anni, come promesso, il Paese sarebbe nuovamente esposto alla speculazione dei mercati», ha scritto de Bortoli. E ha ragione.

Se si desidera evitare che la prossima ondata di crisi travolga il Paese occorre utilizzare quel realismo che non fa rima con la politica degli slogan, e nemmeno con complottismo. Non c’è una cospirazione contro Renzi, né contro l’Italia. C’è invece un problema di classe dirigente. O meglio, di corpi intermedi. Circondarsi solo di Yes Men non solo è dannoso per l’uomo comune, ma in questo caso anche per il Paese. Cosa accade a uno che riveste una posizione apicale e sotto di lui ha solo Yes Men? Semplice: viene polverizzato. Questo perché perde l’attaccamento con il piano reale e diventa schiavo dell’approvazione dei suoi. Non solo. La società, l’azienda, che ha un capo così non ha futuro, perché una volta che tutti gli Yes Men si trovano senza il loro apice, difficilmente potranno eleggere un nuovo numero uno, perché si autodistruggeranno in lotte intestine. Meglio quindi ricordare le parole di Niccolò Machiavelli a riguardo: «La condizione ideale per un principe è quella di essere ad un tempo amato e temuto, ma se non è possibile avere le due cose insieme è da preferire l’essere temuto».  

Qualcosa cambierà? L’Italia tornerà davvero a essere protagonista sullo scacchiere internazionale? Difficile dirlo. Il pericolo è che la risposta sia negativa, a meno di uno shock talmente intenso da rimettere in carreggiata il treno. Del resto, come ha detto Umberto Eco a The Guardian nel 2011, «la paranoia della cospirazione universale non finirà mai e non puoi stanarla perché non sai mai cosa c’è dietro. È una tentazione psicologica della nostra specie». In pratica, tutti noi siamo propensi al complottismo. Eco, nel 2011, si riferiva a Silvio Berlusconi, il quale sosteneva di essere vittima del complotto contro di lui a opera dei comunisti, della magistratura, della stampa. Le similitudini con Renzi sono molte. I gufi, il vincolo esterno e la finanza internazionale sono ciò che, secondo Renzi, sta impedendo al Paese di essere ciò che potrebbe essere. Ma a forza di dare la colpa agli altri, c’è il rischio che non si riconoscano le proprie inefficienze, i propri errori. Il leader più lungimirante e illuminato, infatti, è quello che non trova una scusa, ma una soluzione.

articolo 4

Costituzione della Repubblica Italiana

COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA – Ciclo di incontri organizzato dal Comitato di Via Asti – Torino. Mercoledì 1 luglio 2015. Incontro con Rita Sanlorenzo (*)

Art. 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società.

La lezione di Rita Sanlorenzo è iniziata simpaticamente con la riproposizione di un breve audio della lettura dell’articolo 4 che ne ha fatto Roberto Benigni che provo a riassumere: “Ogni legge che va contro il lavoro è un sacrilegio. Amare il proprio lavoro è la concreta realizzazione della felicità sulla terra. Se non abbiamo lavoro non siamo niente. Con il lavoro diamo forma alla nostra vita. Senza il lavoro crolla tutto, la Repubblica e la Democrazia.”

Come quasi sempre avviene, anche l’articolo 4 della Costituzione parla di diritti e doveri dei cittadini della Repubblica Italiana. Al primo comma è riportato il diritto del cittadino e l’impegno della Repubblica di assicurarglielo. Il problema attuale è quale lavoro può esserci assicurato? La perdurante crisi economica ha portato a pensare e quasi accettare il concetto che qualsiasi lavoro e qualsiasi retribuzione va bene, ma la Costituzione non ci consente distrazioni essa ha un intero titolo, il terzo, dedicato ai rapporti economici e massimamente al diritto del lavoro.

Dall’articolo 1 in avanti sappiamo che il diritto al lavoro è al centro della nostra Costituzione, esso è un diritto speciale, riguarda l’esistenza stessa delle persone. La Costituzione tutela il lavoratore in quanto parte debole nel rapporto con l’imprenditore datore di lavoro. Le sue prescrizioni in proposito sono inderogabili. Con il lavoro viene garantita un’esistenza libera e dignitosa, la retribuzione deve essere uguale per tutti, anche i non iscritti, quella stabilita nei contratti di lavoro che il Sindacato pattuisce con le parti datoriali.

Alla fine degli anni sessanta, così ricchi di occasioni di lavoro e di rivendicazioni da parte dei lavoratori, fu promulgato lo Statuto dei Lavoratori (1970) che dettaglia e regola tutto quello che è già previsto dalla Costituzione. I tempi cambiano e ai giorni nostri abbiamo a che fare con il Job Act del governo Renzi che non si ispira certamente alla Costituzione. Il mercato, concetto tanto amato dai liberali, ha individuato il diritto al lavoro come una sorta di privilegio da togliere di mezzo per modernizzare ed elasticizzare la società. Già prima del Job Act, con la cosidetta legge Biagi, in realtà portata in porto dall’allora Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, si era introdotto il concetto di lavoro interinale con tutta la sua pletora di forme contrattuali atipiche e a termine (2001) che aveva di fatto trasformato il lavoro in merce, si compra quando e se occorre nelle forme preferite. Con la Legge Fornero del 2012 e il Job Act del 2015 ogni vincolo è stato eliminato a favore degli imprenditori togliendo definitivamente al lavoro quel valore sociale previsto dai Padri Costituienti.

Per tornare ai valori della Costituzione occorre eliminare l’individualismo esasperato dal concetto di meritocrazia e riconvertirlo in solidarietà come teorizza il grande costituzionalista Stefano Rodotà.

(*) Rita Sanlorenzo, astigiana, è entrata in magistratura nel giugno 1986. Da oltre vent’anni è giudice del lavoro (in Pretura, in Tribunale e, ora, in Corte d’appello a Torino). Dal 2007 al 2010 è stata – prima donna nella storia del gruppo – segretario nazionale di Magistratura democratica. E lo chiamano lavoro… è il suo primo libro.

Rita Sanlorenzo

Articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana

COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA – Ciclo di incontri organizzato dal Comitato di Via Asti – Torino. Giovedì 25 giugno 2015 – Incontro con Gustavo Zagrebelsky (*)

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utti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29 c. 2, 37 c. 1, 48 c. 1, 51 c. 1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Provo a riportare qui quanto ho capito dalla bellissima lectio di Gustavo Zagrebelsky a proposito dell’articolo 3 della nostra Costituzione. Oramai è chiaro a tutti noi che la Sovranità del popolo italiano è limitata dal debito pubblico e dalla sua notevole consistenza. Debito che è in mano ad investitori interni, ma sopratutto esterni. Questi investitori esterni (la Finanza) si comportano, con gli Stati di cui sono creditori, come si comporterebbero con qualsiasi impresa privata, esigono il pagamento degli interessi ed influiscono quindi sulla gestione del bilancio, fino a pretendere il fallimento (default) in caso di insolvenza.
Uno stato può ora fallire, pensiamo alle condizioni della Grecia ad esempio; la Finanza internazionale e le istituzioni europee (asservite a questa) pretendono che la Grecia ripaghi il suo debito, i governati greci sono costretti a ridurre i servizi al popolo che diventa sempre più povero, mentre la Finanza e i Paesi europei più forti (la Germania) si arricchiscono sempre di più e non si fermeranno davanti ai disastri, arriveranno a chiedere il default della Grecia per comprarsela pezzo a pezzo. A questo punto c’è da chiedersi che ne è dell’uguaglianza di tutti i cittadini, se essa dipende dal pagamento del debito pubblico.

L’articolo 3 deriva dalle idee affermatesi con la Rivoluzione Francese che ha introdotto il concetto di cittadino, che altro non è che un sinonimo di essere umano. Esso, nel suo primo comma, tratta di un’uguaglianza formale cioè dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Esso esclude privilegi e leggi ad personam. Però, trattare tutti i cittadini allo stesso modo non è giustizia, ma somma di ingiustizie, in quanto gli individui, comunque, sono diversi fra loro ad esempio a causa della loro provenienza sociale.

Il Costituente ha voluto quindi introdurre il concetto di uguaglianza sostanziale, occorre cioè operare con positività per rimuovere le ragioni di disuguaglianza, tutto ciò che impedisce il pieno sviluppo della persona umana. Quindi no all’ugualitarismo, no al livellamento tout court delle condizioni di vita, no alla pianificazione dell’esistenza (comunismo). Tutto ciò riduce la libertà.

Il secondo comma dell’art. 3 mira proprio a rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana, punta cioè all’uguaglianza sostanziale di tutti i cittandini. Durante il piccolo dibattito seguito alla lectio, premettendo che non è assolutamente il caso di Gustavo Zagrebelsky, si è stabilito che, oramai, si può affermare che in Italia, non esiste più la figura dell’intellettuale, molti sono invece i consulenti. Questi ultimi altri non sono che coloro che hanno abdicato alla loro funzione di autonomi intellettuali trasformandosi in quelli che sono chiamati, anche dallo Stato, a fornire pareri pro veritate a pagamento.

Ovvio che l’indipendenza e l’autonomia di giudizio di costoro è più che pregiudicata. A fronte di pareri di questa fatto pare ovvio che si possa fare ciò che si vuole, supportati da pareri d’alto lignaggio.

Articolo pubblicato su Agoravox

Un’altra Ceglie, al momento, è impossibile!

brindisi

Molti penseranno che domenica Renzi abbia perso l’aura di invincibile perché è stato troppo Renzi. A me invece sembra che lo sia stato troppo poco. La sua è stata una sconfitta più narrativa che politica. A essere andato in crisi è il racconto con cui l’anno scorso aveva sedotto un Paese stufo dei soliti riti e delle solite facce. Quel racconto prometteva di sostituire i mandarini del Pd con una leva di giovani amministratori locali come lui. Il partito della Nazione, capace di prendere voti a destra e a sinistra, doveva essere il partito dei sindaci. Innovativi, pragmatici, conosciuti e apprezzati sul territorio. Ma, arrivato al potere, il sindaco Renzi ha rinunciato a coltivare i suoi omologhi, riducendo il governo e l’Italia a un gigantesco programma televisivo di cui si considera il presentatore unico, tutt’al più affiancato da una collaboratrice preparata e accudente. Il guaio è che, anziché un Renzi o una Boschi, nelle urne i liguri si sono ritrovati Raffaella Paita, il prolungamento scolorito del governatore uscente. E i veneti la debolissima Moretti, al cui confronto il leghista Zaia sembrava Metternich. Mentre i candidati che hanno vinto – Rossi, Emiliano e il chiacchierato De Luca in Campania – non sono stati scelti dal premier, il quale li ha subiti come un male necessario.

Renzi si sente Messi, ma per tenere l’Italia dovrà diventare Guardiola, uno scopritore e coordinatore di talenti. Il mito dell’uomo solo al comando funziona soltanto finché comanda appoggiandosi ai migliori. Se rinuncia a farlo, il mito svanisce e rimane l’uomo. Solo.  (Massimo Gramellini – La Stampa)

Dicevano gli antichi: quando la nave affonda, i topi scappano. Il Massimo nazionale anticipa persino i tempi, scappa ai primi sinistri scricchiolii. Intanto la maggioranza guidata da Renzi perde un pezzettino. I Popolari per l’Italia, partito fondato da Mario Mauro dopo la scissione da Scelta Civica, hanno infatti annunciato l’uscita dalla coalizione che sostiene il governo.

Comunque nella nostra Ceglie, assunta qui a puro paradigma, tutto continua impertubabilmente come prima. Più di prima! I nostri compaesani se ne fregano di Renzi, più o meno come hanno fatto quelli del PD, sempre di Ceglie, che mi sono apparsi spiazzati dalle avventure del loro segretario_tutto_fare, al punto da non riuscire, nonostante la buona presenza di Sel sempre disponibile agli apparentamenti, a sconfiggere la destra, anzi le tre destre di Ceglie. I cegliesi, che tanto scemi non sono, ma neanche tanto avveduti, hanno scelto di continuare a farsi governare da chi li fa divertire a spese loro. Da qui non posso fare altro che osservare e rimpiangere altri Mita. Da ultimo un cegliese nel mondo ha tentato l’impossibile e nonostante la gran cassa deve, ora, continuare ad occuparsi di Affari Italiani; speriamo che siano, almeno in minima parte affari cegliesi.

Prosit!