il post brexit

trasferimento GB

In seguito al risultato del referendum “Brexit”, il Governo britannico dovrà “al più presto” avviare la procedura di recesso volontario e unilaterale ai sensi dell’articolo 50 del Trattato UE, il quale prevede una trattativa di durata biennale.

Andrea Leadsom, candidata emergente per la leadership del Partito Conservatore e del governo britannico, si è presentata come garante dell’attuazione della Brexit dopo il referendum confermando di volere l’avvio dei negoziati per il divorzio da Bruxelles al più presto possibile, senza rinvii. L’attuale sottosegretaria all’Energia ha assicurato che un eventuale governo guidato da lei garantirà il diritto dei cittadini dell’Ue residenti in Gran Bretagna di restare. I negoziati per l’uscita dall’Unione, secondo Leadsom, saranno condotti da un team governativo, ma che verranno consultati il mondo dell’impresa, dell’economia e i partiti di opposizione.

Intanto Nigel Farage il leader della Brexit, proprio ora che l’obiettivo è a portata di mano si è dimesso per “riavere indietro la sua vita”. Difficile non vedere in questo comportamento l’ammissione della mancanza totale di piani suoi o del suo gruppo per fare di quel loro sogno la realtà di domani.

Esaminiamo ora concretamente gli scenari che si preparano per la negoziazione fra il Regno Unito e l’Unione Europea:

– il Regno Unito (non troppo, dopo le voci di secessione della Scozia) potrebbe scegliere di entrare nello Spazio Economico Europeo (SEE) come l’Islanda, il Liechtenstein e la Norvegia. Questa opzione preserverebbe i vantaggi della legislazione del mercato unico, ma non consentirebbe al Regno Unito di influenzare direttamente il processo legislativo dell’UE;

– è molto probabile che il Regno Unito cercherà di negoziare con l’UE più accordi su temi specifici (come i servizi finanziari/bancari) oppure un singolo accordo trasversale ai settori (una sorta di accordo omnibus). Tali accordi possono concedere il diritto alle imprese europee di stabilire succursali o filiali nel Regno Unito e viceversa, e anche prevedere limitati diritti relativi ad attività transfrontaliere dirette.

Entrambe le opzioni minimizzerebbero di molto gli effetti negativi della Brexit. Al contrario, se nessuna di queste alternative dovessero essere perseguita, le barriere giuridiche potrebbero limitare profondamente l’accesso al mercato finanziario di Londra. Tuttavia, alcune recenti leggi finanziarie dell’UE hanno introdotto un “regime di equivalenza dei paesi terzi” che permette alle persone giuridiche di Paesi terzi di accedere alla UE in base ai principi di reciprocità e di equivalenza. Il governo del Regno Unito può tentare di far leva su questo principio e, quindi, rassicurare gli investitori globali che il proprio regime normativo prevede l’equivalenza a quello dell’UE.

Intanto gli azionisti del London Stock Exchange, la Borsa di Londra di cui fa parte anche il listino italiano, si sono espressi a favore dell’accordo di fusione con la Borsa Tedesca (Deutsche Boerse) con una percentuale pari al 99,92%. Questo il risultato dell’assemblea straordinaria dei soci dell’Lse convocati per esprimersi sul progetto di integrazione con il partner tedesco dopo il no all’Europa da parte della Gran Bretagna la dice tutta sulla reale pericolosità della Brexit. E’ la finanza bellezza!

Brexit, una lezione?

brexit
Ora che le bocce sono ferme esaminiamo un evento epocale: il sonoro, storico e drammatico schiaffo all’Europa sferrato dai cittadini del Regno Unito. Dopo un lungo testa a testa, dopo un duello all’ultimo voto, il verdetto delle urne ha dato la vittoria del leave sul remain infatti si è imposto il “sì” alla Brexit. Il Regno Unito dice addio all’Europa: a favore della Brexit il 51,8% dei votanti, contro il 48,2% a favore del remain. Un verdetto che ha sovvertito le prime indicazioni della notte, secondo le quali, dagli opinion poll in poi, era in vantaggio il fronte pro-europeista. La Bbc, da par suo, è stata la prima ad annunciare la vittoria del leave.
Un momento storico e drammatico riflesso sui mercati finanziari globali in cui il panico si è  diffuso: la sterlina è in caduta libera, le Borse asiatiche, aperte a scrutinio in corso, sono precipitate. L’ultima speranza per gli europeisti erano i dati in arrivo da Londra e Scozia, che difficilmente avrebbero capovolto il verdetto. Ha vinto, quindi il fronte euroscettico guidato da Nigel Farage, mentre ne esce con le ossa rotte è il premier, David Cameron, che dopo aver indetto il referendum si è battuto a favore del remain, perdendo. Una sconfitta, la sua, che lo ha costretto a presentare le dimissioni.
Il dato sull’affluenza si è attestato al 72,1%, più basso rispetto a quanto affermato dopo i primi conteggi della serata. Il picco dell’84% è stato registrato a Gibilterra, dove il “remain” ha stravinto con il 95,4 per cento.
I giovani sarebbero rimasti, hanno votato in massa remain. Per loro hanno deciso quelli che sono nella fase declinante della parabola della vita, arroccati in difesa di posizioni e privilegi, spaventati da frontiere troppo lasche. Lo spiega l’analisi dell’istituto Yougov:  il 75% dei votanti tra i 18 e i 24 anni hanno votato per rimanere nell’Unione. Anche la maggior parte degli adulti tra i 25 e i 49 anni, quelli all’inizio o nel pieno della vita lavorativa, ha scelto la permanenza nella Ue. La curva dei voti flette nella fascia d’età che va dai 50 ai 65 anni (dove il Remain cala al 42%) per precipitare al 36% tra gli over 65, i più entusiasti per l’uscita. Grandi sconfitti i giovani, insomma, tant’é!
Ora il Regno Unito è fuori dall’Unione Europea anche se potrebbe avere fino a due anni di tempo a disposizione per l’abbandono definitivo. Si apre una nuova epoca per l’Europa, dove ci si può ribellare, dove si può anche andare via, ma anche aprire una nuova fase per una vera coesione.

l’arcitaliano

Benigni sinistro

La dialettica politica non può essere definita intolleranza. Benigni si contraddice clamorosamente, mi pare giusto sottolinearlo. Questi sono gli effetti provocati da chi ha iniziato la discussione sul voto referendario troppo presto per pura propaganda elettorale. Sei mesi di discussioni ci sfiancheranno, può essere un metodo, ma non si tratta di logica politica.

Benigni nei sei minuti dell’anteprima della replica, di ieri, della serata evento La più bella del mondo va dritto al punto: “Ora si fa un gran parlare della Costituzione, è attualissima perché si parla della riforma, dobbiamo farla o non dobbiamo farla? Si può ritoccare e rivedere? Ma certo, è scritto dentro la Costituzione”, dice il premio Oscar “naturalmente non la prima parte, ma nell’articolo 138 – gli articoli sono 139 – il penultimo”.

Il premio Oscar ammette però che la riforma è “pasticciata”, ma sostiene che sia meglio di niente. “Sono trent’anni che sento parlare della necessità di superare il bicameralismo perfetto: niente – afferma Benigni – Di creare un Senato delle Regioni: niente. Di avere un solo voto di fiducia al governo: niente. Pasticciata? Vero. Scritta male rispetto alla lingua meravigliosa della Costituzione? Sottoscrivo. Ma questa riforma ottiene gli obiettivi di cui parliamo da decenni. Sono meglio del nulla. E io tra i due scenari del giorno dopo, preferisco quello in cui ha vinto il sì, con l’altro scenario si avrebbe la prova definitiva che il Paese non è riformabile”.

Ecco sposate integralmente le ragioni di Renzi, intanto la rete si scatena come al solito arrivando a dare del rincoglionito al Premio Nobel Dario Fo che si definisce “sconvolto, terribilmente stupito”. Dario Fo ricorda Roberto Benigni quando era ancora ragazzo e muoveva i suoi primi passi nel mondo dello spettacolo. Lo rivede “fare fatica, recitare in posti in cui a malapena c’era la luce, una vera forza della natura”. E ora, quasi non sembra farsene una ragione. L’endorsement dell’attore toscano a favore delle riforme di Matteo Renzi gli sembra inaccettabile, se non nell’ottica del “dare e avere”. Premio Nobel contro premio Oscar, in nome di quella che proprio Benigni aveva definito “la più bella del mondo”: la Costituzione. Da tempo vicino al Movimento 5 stelle, Fo dosa le parole, ma quello di cui parla è di fatto un “tradimento” figlio delle “lusinghe” del potere.

no!

no

Referendum Costituzionale.

Incontro pubblico per la costituzione del comitato locale per il NO al referendum sulle modifiche effettuate alla Costituzione dal Governo Renzi.

Presso Villa 5 – Parco Dalla Chiesa, Collegno – 19 maggio 2016.

L’incontro viene aperto dal padrone di casa Gabriele Moroni dell’ARCI che condivide la posizione referendaria negativa con l’ANPI. La riforma costituzionale, proposta dal Governo e non dal Parlamento come prevede la Costituzione, compromette la partecipazione democratica del popolo.

Il superamento del bicameralismo perfetto che deriva dalla riforma sbilancia la gestione del potere in direzione del Presidente del Consiglio, realizzando quanto già teorizzato in precedenza.

Secondo la Prof.ssa di diritto costituzionale, presso l’Università di Torino, Alessandra Algostino, il processo di attacco alla democrazia concluso con questa riforma ha avuto inizio negli anni ottanta, tendendo ad una verticalizzazione della gestione del potere.

Il disegno di legge governativo Boschi è stato votato, da un Parlamento delegittimato dal fatto di essere stato eletto con una legge elettorale dichiarata anticostituzionale dalla Corte Costituzionale, senza la necessaria ampia condivisione della Nazione prevista dalla Costituzione.

La nostra è una Costituzione armonica nei meccanismi di equilibrio fra i poteri dello Stato. La riforma, invece, tende a concentrare i poteri nelle mani del Presidente del Consiglio attraverso un depotenziamento dei controlli del Parlamento.

Sposando questa riforma costituzionale alla nuova legge elettorale approvata dal Parlamento in carica e denominata “italicum”, si otterrà un vulnus democratico netto, basti dire che l’abnorme premio di maggioranza previsto assegnerà il 54% dei seggi a chi prenderà il 40% dei voti al primo turno o (molto più probabilmente) il 20% al secondo turno. Il Paese sarà governato da una minoranza e non da una maggioranza con una Costituzione svuotata dei suoi contenuti di equilibrio.

Per approfondire le motivazioni del no, si rimanda al sito http://www.iovotono.it/.

la centesima scimmia

L’effetto centesima scimmia è stato descritto dal biologo Lyall Watson nel suo libro del 1980 ‘Lifetide’ (La Marea della Vita) in cui racconta che negli anni ’50 alcuni  primatologi giapponesi studiarono per 30 anni la scimmia giapponese Macaca Fuscata  che, osservando il comportamento di un certo numero di colonie selvagge di questi primati, rilevarono un fenomeno sorprendente. Un gruppo di macachi aveva imparato spontaneamente a lavare le patate per eliminare la sabbia  e altre incrostazioni prima di mangiarle. Un  fenomeno ben noto e studiato dai primatologi.

Watson afferma che dopo che novantanove macachi avevano dovuto apprendere la tecnica nel modo consueto, una centesima scimmia aveva imparato spontaneamente a lavare le patate. La lezione della centesima scimmia pareva chiara: se un numero sufficiente di individui, ovvero una “massa critica”, sperimenta una stessa esperienza, ad un certo punto si produrrà lo stesso fenomeno transpersonale che si è verificato fra le scimmie giapponesi, e tutta l’umanità sperimenterà una trasformazione istantanea. E’ con questa speranza di condivisione di esperienze che si chiude il film La centesima scimmia .

Si tratta del nuovo film documentario del filmmaker Marco Carlucci, realizzato con il contributo di economisti, scrittori, giornalisti, blogger, europarlamentari, giuristi, associazioni umanitarie ed i cittadini europei. Un racconto dell’attuale crisi finanziaria e sociale vista in un’ottica opposta a quella istituzionale, un punto di vista che mette in guardia la gente comune nei confronti della propaganda che da anni ripete il mantra di un prossimo miglioramento delle economie.Il video incarna la visione sociale del cittadino, alternata dalle sconvolgenti dichiarazioni degli esperti e di quei pochi politici europei che mettono di discussione il ruolo della Banca Centrale Europea, della finanza speculativa e delle banche fiancheggiatrici. E’ in questo clima che appare Hub, a rappresentare la protesta e l’esigenza di una reale democrazia. Hub è un nome fittizio, eloquente ed emblematico, dietro il quale si cela un misterioso blogger, che si materializza nei luoghi più disparati, davanti al Parlamento Europeo o al centro delle proteste popolari in Spagna, Grecia ed Italia.

Hub è il pensiero contro, informato e libero, che aiuta a comprendere le trame dei nuovi padroni del mondo, e mostra come sia un diritto e un dovere di ciascuno difendersi e provare a ribaltare tale logica dispotica.

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“La centesima scimmia” è un documento senza confini, che concede spazio e voce alle teorie alternative al dogma dell’austerity, al ruolo centrale della Germania e alle soffocanti ricette economiche imposte dai governi ai cittadini, come se fossero l’unica via d’uscita.Con tutto il dramma derivante dalla perdita del lavoro, della casa, della dignità e di ogni futuro in un mix di forza e di passione, “La centesima scimmia” mostra l’Europa dei popoli, uniti oggi sotto il tallone oppressivo della finanza, delle banche e dei poteri occulti, l’altra Europa.

il pantano libico

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Barack Obama vorrebbe chiudere in gloria una stagione presidenziale considerata neo-isolazionista, riconquistando Raqqa e stroncando l’Isis in Libia. Quindi Renzi dovrebbe essere consapevole del fatto che a Washington, in occasione della conferenza sul nucleare, la Casa Bianca vorrà convincerlo ad appoggiarlo nei suoi intenti. E’ noto che i francesi e soprattutto gli inglesi sono pronti ad appoggiare Obama in ogni sua iniziativa contro l’Isis e dunque il Presidente del Consiglio ha ridotte vie di fuga dall’impegno diretto.

Le difficoltà dell’Isis in Siria e in Iraq hanno diffuso la sensazione che il Califfato potrebbe intensificare l’attività terroristica in Europa, oltre ad accelerare il “trasloco” verso il golfo della Sirte. Si sarebbe cioè aperta la possibilità di assestare all’Isis colpi incisivi.

L’Italia dovrebbe essere consapevole del fatto che sarebbe un grave errore, in un contesto come l’attuale, inviare soldati in Libia solo perché chiesto da un governo insediato dall’assemblea generale dell’Onu a settembre, che desidererebbe una “leadership italiana in Libia”. Tuttavia il nostro governo parrebbe disposto a dispiegare, con modalità da valutare, le eccellenze militari a disposizione: Tornado e reparti speciali di piccole dimensioni ma di forte impatto operativo.

Da qualche giorno Serraj e il suo Consiglio Presidenziale sono attesi a Tripoli, sospinti dal via libera dell’Onu, ma l’amministrazione della città ha dichiarato lo stato di emergenza proprio per impedire l’insediamento del nuovo governo, provocando scaramucce per ora dimostrative. La presenza di militari occidentali getterebbe ulteriore discredito sul già delegittimato governo libico, questo rischierebbe di rafforzare la presenza Isis insediata nella città di Sirte.

A questo punto pare chiaro che la benedizione dell’Onu non trasforma l’esecutivo Serraj in qualcosa di diverso da un governo fantoccio. Serraj che dovrebbe porsi al di sopra delle due fazioni che comandano a Tripoli e a Tobruk, ha avuto le prime difficoltà allorché ha formato un esecutivo record con 32 ministri, 64 sottosegretari e 9 consiglieri presidenziali in tutto ben 105 persone.

Per esemplificare occorre ricordare che a seguito di una complicata mediazione tra Tobruk e Tripoli è stato nominato ministro degli Esteri Marwan Ali Abu Sraiweil appartenente ad una famiglia importante della Tripolitania con qualche interesse in Cirenaica. Molti hanno allora rilevato uno sbilanciamento. Si è quindi deciso di nominare altri due pari grado, uno alla Cooperazione internazionale e un altro per gli Affari arabi e africani. Le ironie e le polemiche da parte degli osservatori si sono a tal proposito sprecate stimolando una drastica riduzione dei titolari di dicastero. I quali, in ogni caso, sono restati a lungo a Tunisi dal momento che nella capitale libica non erano ben accetti.

Il capo dell’entità governativa della Tripolitania vicina ai Fratelli musulmani, Khalifa Ghweil, ancora oggi considera quello di Serraj un esecutivo imposto dall’esterno che i libici non accetteranno mai. In una occasione si è lasciato sfuggire che qualora Serraj si presentasse a Tripoli, lui lo farebbe arrestare.

Sull’altro versante, quello di Tobruk, grande incognita è il generale Khalifa Haftar, già al fianco di Gheddafi e adesso, sostenuto dall’Egitto, uomo forte di quella fazione. L’ufficiale, appoggiato anche da commandos francesi, è alla guida dell’offensiva per la liberazione di Bengasi contro diversi gruppi islamisti come i qaedisti di Ansar Al Sharia che nel 2012 uccisero l’ambasciatore americano Chris Stevens e la Brigata Martiri del 17 febbraio vicina ai Fratelli musulmani.

Si tratta, in tutta evidenza, di una situazione caotica, anche se solo accennata, che convincerebbe chiunque a non inviare contingenti ad impantanarsi in Libia. Sarebbe più saggio proseguire la politica già in atto, cioè dare supporto ai primi passi governativi di Serraj, il quale dovrà farsi carico di conquistare il consenso e la legittimazione che, come abbiamo visto, al momento gli mancano. Solo quando avrà ottenuto questo, potrà eventualmente permettersi una richiesta di sostegno militare internazionale per combattere l’Isis.

Rischio di costituzionalità per la legge elettorale

Il 24 febbraio il tribunale di Messina ha riconosciuto la fondatezza di sei delle tredici motivazioni addotte da un comitato che sostiene l’incostituzionalità della riforma della legge elettorale proposta in Parlamento dal Governo Renzi.

Nell’accogliere il ricorso il tribunale lo ha rinviato alla Corte costituzionale, che dovrà ora decidere prima sulla sua ammissibilità e poi, eventualmente, nel merito. Il professor Paolo Grossi, appena eletto presidente della Consulta, prevede “un tempo ragionevolmente breve per arrivare a qualcosa di definito”. Si apre così una partita delicatissima e potenzialmente assai pericolosa per il governo e, più in generale, per la stessa stabilità politica del paese. Qualora la Corte costituzionale bocciasse il carattere maggioritario della riforma, infatti, l’Italia tornerebbe ad avere una legge elettorale puramente proporzionale, e dunque incapace di garantire la governabilità del paese. La decisione della Consulta potrebbe intervenire nel prossimo autunno, a ridosso del referendum confermativo della riforma costituzionale. Se il giudizio sul codice elettorale fosse negativo, si aprirebbe dunque una stagione di estrema debolezza del quadro politico.

italicum

La legge elettorale italiana approvata nel 2015, denominata ufficialmente legge 6 maggio 2015, n. 52, comunemente nota come Italicum (soprannome che le diede nel 2014 l’allora segretario del PD Matteo Renzi suo principale promotore) è stata licenziata dal Senato e approvata definitivamente dalla Camera prevede:

  • un premio di maggioranza di 340 seggi (54%) alla lista in grado di raggiungere il 40% dei voti al primo turno o che vince al ballottaggio mentre i 277 seggi restanti (esclusi 1 della Valle d’Aosta e i 12 della circoscrizione Estero) vengono ripartiti fra le altre liste che superano lo sbarramento;
  • il ballottaggio avviene tra le due liste più votate se nessuna dovesse raggiungere la soglia del 40%, senza possibilità di apparentamento tra liste;
  • soglia di sbarramento unica al 3% su base nazionale per tutti i partiti, non essendo più previste le coalizioni;
  • suddivisione del territorio nazionale in 100 collegi plurinominali, da designare con un decreto legislativo che il governo è delegato a varare entro due mesi dall’entrata in vigore della legge;
  • designazione di un capolista “bloccato” in ogni collegio da parte di ciascun partito, con possibilità per i capilista di candidarsi in massimo 10 collegi;
  • possibilità per gli elettori di esprimere sulla scheda elettorale due preferenze “di genere” (obbligatoriamente l’una di sesso diverso dall’altra, pena la nullità della seconda preferenza) da scegliere tra le liste di candidati presentate;
  • per favorire l’alternanza di genere, l’obbligo di designare capilista dello stesso sesso per non più del 60% dei collegi nella stessa circoscrizione (regione) e di compilare le liste seguendo l’alternanza uomo-donna.

La pericolosa deriva dell’Italia innamorata del complottismo

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Un affilatissimo duello quello che si è verificato nei giorni scorsi al Senato tra Mario Monti e Matteo Renzi: sono affiorate due visioni opposte dell’Italia in Europa. Forse vale la pena ricordare in proposito che, anche se oggi i rapporti tra i due non sono più quelli di una volta, Giorgio Napolitano e Mario Monti sono stati i protagonisti di una delle operazioni politiche più controverse degli ultimi anni: il “dimissionamento” forzato di Silvio Berlusconi nel novembre del 2011. In quella occasione in tanti ipotizzarono un concorso internazionale, da Obama alla Merkel, nella rimozione della mina Berlusconi, sta di fatto che, concluso lo scontro in aula tra Renzi e Monti, un senatore renziano ha sussurrato: “Se il professor Monti ha mandanti internazionali per aprire la strada a qualcun altro, stavolta gli andrà male”. A palazzo Chigi qualche sospetto comincia a serpeggiare su possibili movimenti ostili dalle parti di Berlino, Bruxelles, Londra e Washington, un sospetto avvalorato degli editoriali decisamente critici con Renzi, usciti negli ultimi venti giorni su testate come Financial Times, Frankfurter Allgemeine, New York Times.

L’altra Italia, quella della trattativa, nel passato ha usato altri metodi. Opposti. Esemplare il caso del Consiglio europeo del giugno 2012, dove si sommarono trattative felpate e un veto calato al momento decisivo. Erano le settimane nelle quali il sistema dell’euro era sull’orlo della rottura, la cura da cavallo imposta dal governo Monti non riusciva a debellare lo spread e in quella occasione il presidente del Consiglio, per forzare le resistenze della Merkel, preparò riservatamente una rete di alleanze, in particolare con Obama, col neo-presidente francese François Hollande e col primo ministro spagnolo Rajoy. E così, durante un Consiglio durato ininterrottamente 15 ore, prima la Spagna e poi l’Italia minacciarono di porre il veto e alla fine, con la Germania sulla difensiva, si posero le premesse politiche per la successiva dichiarazione di Mario Draghi: il famoso «whatever it takes», che pose fine all’assedio a Roma e Madrid sui mercati finanziari.

In riferimento alle teorie complottistiche ventilate in Senato riporto di seguito un interessante articolo comparso sulla rivista web eastonline.

Mentre negli Stati Uniti cresce il timore di uno scontro Donald Trump-Hillary Clinton per la corsa alla Casa Bianca, in Italia sta emergendo con sempre maggiore vigore un fenomeno preoccupante. È la teoria del complotto, dell’agente esterno che punta a destabilizzare i sottili equilibri di un Paese che dovrà fare i conti, prima o poi, con la realtà. Non quella del complotto o delle scuse. Non quella degli seguaci accondiscendenti, anestetizzati da una retorica a senso unico. A Matteo Renzi va riconosciuto molto. Il suo vigore e la sua spinta propulsiva sono stati un toccasana contro l’immobilismo italiano. Eppure, l’impressione è che qualcosa si sia rotto.

L’episodio è noto. Il presidente del Consiglio ha attaccato a distanza Mario Monti: «I tecnici ci hanno regalato gli esodati della Legge Fornero, il fiscal compact, le tasse sulla casa e la vicenda marò, il ball-in delle banche senza aver fatto come altrove la bad bank. E adesso pretendono di spiegarci come fare a risolvere i problemi che loro stessi hanno creato?». Parole dure, che però non tengono conto della situazione in cui si trovava il Paese fra il maggio 2011 e il marzo 2012. L’Italia aveva perduto quasi tutta la sua credibilità internazionale e rischiava di essere estromessa dal mercato obbligazionario. In altre parole, fra ottobre e novembre 2011, c’era il concreto timore che un’asta di titoli di Stato potesse non essere coperta. E serviva un cambio di rotta.

Quanto introdotto dalla Commissione Europea durante la fase più oscura della crisi, compresi il tanto odiato fiscal compact e l’ancor più odiato bail-in, era quanto di meglio si potesse fare in un periodo storico dentro il quale pure i funzionari europei navigavano a vista. Mai avevano dovuto fare i conti con quella immensa tempesta che si era scatenata. Eppure, nonostante l’isteria di quei mesi, l’Eurozona è ancora qui. E quei trattati nati in notti insonni garantiscono una buona base, anche sotto il profilo della flessibilità, per il futuro. Attaccarli non ha senso, a meno che non si sia in una sorta di campagna elettorale permanente che non solo danneggia il Paese in cui viene effettuata, ma anche il clima generale dell’area in cui quel Paese è inserito. Parlando con un alto diplomatico statunitense riguardo i recenti fatti italiani, è emerso proprio questo problema: «Perché sembra che Renzi sia in costante campagna elettorale? Perché lascia intendere che ci siano delle forze esterne che vogliono destabilizzarlo? Piuttosto, la domanda che mi dovrei porre è: come posso rendere la crescita italiana sostenibile senza l’aiuto delle banche centrali?». Una domanda legittima.

Il capitale riformatore di Renzi è uno dei più significativi esempi di come basti poco per prendere delle decisioni storiche. Tuttavia, la sensazione è che si sia perso di vista l’obiettivo di ogni governo che vuole lasciare una traccia importante nella storia del Paese in cui opera. L’orizzonte temporale d’azione, a meno che non sia un mero esecutivo di transizione, non deve essere limitato. Non deve quindi guardare ai prossimi due anni, bensì al prossimo decennio. Per farlo, non deve perdere tempo in sterili discussioni su chi cospira, su chi manovra, sul nemico esterno. Illudersi che l’attuale quadro macroeconomico – tassi prossimi allo zero, politica monetaria accomodante – sia eterno è quanto di più errato si possa fare. Il mercato obbligazionario è cristallizzato, ma è proprio per questo che gli investitori stanno cercando rendimenti laddove possono, cioè su asset che presentano un grado di rischio più elevato. In pratica, nasceranno altre bolle, oltre a quelle che già ora sono presenti.

Ferruccio de Bortoli, sul Corriere della Sera, ha commentato con lucidità quale è lo scenario in cui si sta muovendo l’Italia e quali sono i rischi futuri. «L’anestetico (o il metadone) della Bce non è infinito. La congiuntura favorevole di euro e petrolio è irripetibile. Se il nostro debito, nel rapporto con il prodotto interno lordo (Pil), non dovesse scendere dopo nove anni, come promesso, il Paese sarebbe nuovamente esposto alla speculazione dei mercati», ha scritto de Bortoli. E ha ragione.

Se si desidera evitare che la prossima ondata di crisi travolga il Paese occorre utilizzare quel realismo che non fa rima con la politica degli slogan, e nemmeno con complottismo. Non c’è una cospirazione contro Renzi, né contro l’Italia. C’è invece un problema di classe dirigente. O meglio, di corpi intermedi. Circondarsi solo di Yes Men non solo è dannoso per l’uomo comune, ma in questo caso anche per il Paese. Cosa accade a uno che riveste una posizione apicale e sotto di lui ha solo Yes Men? Semplice: viene polverizzato. Questo perché perde l’attaccamento con il piano reale e diventa schiavo dell’approvazione dei suoi. Non solo. La società, l’azienda, che ha un capo così non ha futuro, perché una volta che tutti gli Yes Men si trovano senza il loro apice, difficilmente potranno eleggere un nuovo numero uno, perché si autodistruggeranno in lotte intestine. Meglio quindi ricordare le parole di Niccolò Machiavelli a riguardo: «La condizione ideale per un principe è quella di essere ad un tempo amato e temuto, ma se non è possibile avere le due cose insieme è da preferire l’essere temuto».  

Qualcosa cambierà? L’Italia tornerà davvero a essere protagonista sullo scacchiere internazionale? Difficile dirlo. Il pericolo è che la risposta sia negativa, a meno di uno shock talmente intenso da rimettere in carreggiata il treno. Del resto, come ha detto Umberto Eco a The Guardian nel 2011, «la paranoia della cospirazione universale non finirà mai e non puoi stanarla perché non sai mai cosa c’è dietro. È una tentazione psicologica della nostra specie». In pratica, tutti noi siamo propensi al complottismo. Eco, nel 2011, si riferiva a Silvio Berlusconi, il quale sosteneva di essere vittima del complotto contro di lui a opera dei comunisti, della magistratura, della stampa. Le similitudini con Renzi sono molte. I gufi, il vincolo esterno e la finanza internazionale sono ciò che, secondo Renzi, sta impedendo al Paese di essere ciò che potrebbe essere. Ma a forza di dare la colpa agli altri, c’è il rischio che non si riconoscano le proprie inefficienze, i propri errori. Il leader più lungimirante e illuminato, infatti, è quello che non trova una scusa, ma una soluzione.

Accoglienza?

profughi

E’ stato pubblicato uno studio de The European House-Ambrosetti su dati forniti dal Sindacato Flai Cgil relativi al 2015 sul fenomeno del caporalato in Italia. L’indagine è stata illustrata al convegno di Assosomm, Associazione italiana delle agenzie per il lavoro intitolato ‘Attiviamo lavoro’.

Gli oltre 80 distretti agricoli italiani in cui si pratica il caporalato i lavoratori sopportano in percentuale: 33 casi di condizioni di lavoro “indecenti”, 22 casi di condizioni di lavoro “gravemente sfruttato”. Più di dodici ore di lavoro nei campi per un salario di 25-30 euro al giorno, meno di 2 euro e 50 l’ora. È la situazione in cui lavorano in Italia 400 mila lavoratori sfruttati dal caporalato, stranieri nell’80% dei casi.

Alla paga di chi lavora sotto caporali, pari alla metà di quanto stabilito dai contratti nazionali, devono essere sottratti i costi del trasporto, circa 5 euro, l’acquisto di acqua e cibo, l’affitto degli alloggi ed eventualmente l’acquisto di medicinali. Infatti il 74% lavoratori impiegati sotto i caporali è malato e presenta disturbi che all’inizio della stagionalità non si erano manifestati. Le malattie riscontrate sono per lo più curabili con una semplice terapia antibiotica ma si cronicizzano in assenza di un medico a cui rivolgersi e di soldi per l’acquisto delle medicine.

Ad aggravare la situazione contribuisce poi il sovraccarico di lavoro, l’esposizione alle intemperie, l’assenza di accesso all’acqua corrente, che riguarda il 64% dei lavoratori, e ai servizi igienici, che riguarda il 62%. Solo nell’estate 2015 lo studio stima che le vittime del caporalato sono state almeno 10. Naturalmente tutto ciò sottrae alle casse dello Stato circa 600 milioni di euro ogni anno in tasse e contributi previdenziali evasi.

Il passato non ha insegnato nulla, ora i caporali sono diventati dei contractor che individuano la manodopera, sopratutto straniera, sul territorio. Ogni caporale controlla da 50 a 200 persone e riceve dalle aziende da cinque a dieci euro a lavoratore. I sindacati parlano di una paga reale di meno di trenta euro per una giornata lavorativa. E nei campi c’è sempre un controllore, delegato dal caporale a governare il lavoro dei braccianti.

Eppure la legge che rende il caporalato un reato penale è una realtà. Evidentemente ha un funzionamento problematico, essa si basa sull’articolo 633 bis del codice penale; ha recepito parzialmente la direttiva 52/2009 dell’Unione europea, manca, però, la parte più importante della direttiva: quella che da la possibilità ai lavoratori immigrati irregolari di denunciare le condizioni di sfruttamento lavorativo, ottenendo così un procedimento di regolarizzazione. Non è un caso, come spesso avviene si recepiscono le norme comunitarie, ma si svuotano di contenuto. Intanto il governo ha presentato un ulteriore disegno di legge e che è all’esame del Senato, prevede indennizzi per le vittime, un piano di interventi per l’accoglienza dei lavoratori agricoli stagionali, l’inasprimento degli strumenti penali con arresti e confisca dei beni.

Occorre comunque lavorare a livello territoriale con un’attenzione particolare al sistema di trasporto dei lavoratori agricoli, tener conto che, per combattere questo fenomeno, serve un gioco di squadra tra Istituzioni, sindacati e associazioni d’impresa. Tutti devono fare la loro parte, cittadini in primis.

Caporalato, ieri e oggi

caporalato pugliese

Le luci si accendono nel buio, i fari illuminano l’asfalto, è ancora notte quando il paese si sveglia. Gruppi di ragazze, mamme e certe volte nonne, aspettano all’incrocio di iniziare il loro viaggio quotidiano. I pullman partono da Villa Castelli alle 3.30 per fare il solito giro: Ceglie Messapica, Francavilla Fontana, Oria, Grottaglie. Certe volte puntano sul Metapontino, quando è il tempo delle fragole, altre sul Barese, con l’uva da tavola prima e poi da vino da raccogliere. È strana la vita del caporale e del bracciante, anzi spesso della bracciante. Le ragazze dormono poche ore, tre-quattro a notte, quando c’è lavoro. «Sveglia alle tre. Alle quattro sul pulmino. Due ore di viaggio, otto-dieci di lavoro. Altre due ore per rientrare a casa. Alle sei del pomeriggio. E poi in cucina. E la cena. E una vasca in paese», disse Vincenza, che aveva 37 anni e sembravano molti di più. È così da troppi anni, forse da sempre. Intere generazioni di donne.

Eccezionale, occasionale: ecco due categorie dell’Ufficio comunale di collocamento riguardanti i braccianti agricoli negli anni cinquanta a Ceglie Messapica (i miei nonni, i miei zii, mia madre, mio padre), abituale era già qualcosa di più elitario. Ricordo quei timbri sui libretti della Mutua dei miei parenti, i bambini sono curiosi e quei libretti grigi con gli angoli consumati mi attiravano, ogni casella un anno ed ogni anno una qualifica.
Chi riusciva ad avere quei timbri, perché aveva ottenuto un certo numero di giorni lavorativi “ufficiali”, aveva la fortuna di un’assistenza sanitaria pubblica ed eventualmente un sussidio di disoccupazione. Il problema era cumularle quelle giornate, trovare lavoro era difficile ma trovare un datore di lavoro che denunciasse la temporanea assunzione era raro.

Il passato non ha insegnato nulla, ricordardiamo ancora la storia di Pompea Argentiero, che oggi avrebbe più di cinquant’anni. Era il 19 maggio del 1980, lei aveva 16 anni, Lucia Altavilla 17 e Donata Lombardi 19. Le tre ragazze erano stipate insieme ad altre diciassette su un pulmino che ne poteva portare nove. L’impatto violento. Forse un colpo di sonno dell’autista. E la morte che ha spento per sempre i sogni e le speranze di Pompea, Lucia e Donata. A Monopoli era già accaduto nel 1974. Anche allora tre donne, tre braccianti morte. E anche dopo, anche in questo nuovo secolo, donne morte in incidenti stradali. Poi ci sono stati gli anni delle proteste del movimento bracciantile, dei sindacati. Bracci di ferro con le associazioni padronali per contratti anche con meno salario ma con più regole certe da rispettare. E sedi sindacali incendiate e pullman che hanno preso fuoco. Tagli di «tendoni» e furti di trattori.

La campagna pugliese è stata a lungo in mano alla mafia pugliese, alla Sacra Corona Unita che controllava anche settori di caporalato. Spesso i politici locali strizzavano l’occhio agli «intermediari del mercato del lavoro», cioè gli stessi caporali, per far lacorare in nero uomini e donne, in cambio di voti, senza vergogna. La relazione di una Commissione parlamentare di indagine lo racconta, è agli atti del Parlamento.

Ora i caporali sono diventati dei contractor che individuano la manodopera, anche straniera, sul territorio. Ogni caporale controlla da 50 a 200 persone e riceve dalle aziende 10 euro a lavoratore. I sindacati parlano di una paga reale di meno di 30 euro per una giornata lavorativa. E nei campi c’è sempre un controllore, una donna, una «fattora», delegata dal caporale a governare il lavoro dei braccianti.

I caporali controllano ora sopratutto braccianti provenienti dall’estero, migranti. 15.000 le donne straniere che lavorano nelle campagne non solo pugliesi, 5000 i braccianti stranieri. Interessante la definizione di Mario Fraccascia, della segreteria regionale della Flai-Cgil, di Castellaneta, provincia di Taranto: «Il caporalato in questi ultimi anni si è imborghesito attraverso la nascita e la crescita di società di intermediazione in grado di fornire tutti i servizi necessari alle aziende». Gli stranieri in campagna in realtà non sono una novità. Alla fine degli anni ’80 compaiono gli stagionali del pomodoro accanto ai «vu cumprà», africani magari anche studenti universitari che si davano part-time al commercio, d’estate, sulle spiagge della Romagna.

Con dieci anni di governo della Puglia di Nichi Vendola, la legislazione si è messa in regola, ma la campagna è rimasta territorio di caccia di un’economia criminale.

La legge che rende il caporalato un reato penale è una realtà. Evidentemente ha un funzionamento problematico, essa si basa sull’articolo 633 bis del codice penale; ha recepito parzialmente la direttiva 52/2009 dell’Unione europea, manca, però, la parte più importante della direttiva: quella che da la possibilità ai lavoratori immigrati irregolari di denunciare le condizioni di sfruttamento lavorativo, ottenendo così un procedimento di regolarizzazione. Non è un caso, come spesso avviene si recepiscono le norme comunitarie, ma si svuotano di contenuto.