#senzachiederepermesso

Il periodo coperto dal film è 1969/1985, periodo che coincide perfettamente con gli anni in cui mio padre, dopo aver lasciato la Puglia come tanti in quegli anni, lavorò oll’Officina Meccannica 32 della Fiat Mirafiori.

Lo smemorato di Collegno

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Ieri sera presso il Circolo Aurora di Collegno, a cura dell’Associazione ad Ovest di Treviri e del locale Circolo Sel-SI ho assistito alla proiezione del film- documentario Senzachiederepermesso (tutto d’un fiato) di Pietro Perotti e Pier Milanese. Il periodo coperto dal film è 1969/1985, periodo che coincide perfettamente con gli anni in cui mio padre, dopo aver lasciato la Puglia come tanti in quegli anni, lavorò oll’Officina Meccannica 32 della Fiat Mirafiori. Personalmente ho potuto fruire il film con cognizione di causa, papà mi teneva sempre al corrente di tutto quanto accadeva in fabbrica in quegli anni al tempo stesso meravigliosi e terribili, meravigliosi perchè ricchi di conquiste degli operai, terribili per il clima sociale che si era creato a causa del terrorismo BR, erano gli anni di piombo.

Il documentario costituisce sicuramente una delle testimonianze più forti della memoria operaia della Detroit italiana, Torino. Una testimonianza diretta, autentica e documentata, da quel…

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Caporalato, ieri e oggi

caporalato pugliese

Le luci si accendono nel buio, i fari illuminano l’asfalto, è ancora notte quando il paese si sveglia. Gruppi di ragazze, mamme e certe volte nonne, aspettano all’incrocio di iniziare il loro viaggio quotidiano. I pullman partono da Villa Castelli alle 3.30 per fare il solito giro: Ceglie Messapica, Francavilla Fontana, Oria, Grottaglie. Certe volte puntano sul Metapontino, quando è il tempo delle fragole, altre sul Barese, con l’uva da tavola prima e poi da vino da raccogliere. È strana la vita del caporale e del bracciante, anzi spesso della bracciante. Le ragazze dormono poche ore, tre-quattro a notte, quando c’è lavoro. «Sveglia alle tre. Alle quattro sul pulmino. Due ore di viaggio, otto-dieci di lavoro. Altre due ore per rientrare a casa. Alle sei del pomeriggio. E poi in cucina. E la cena. E una vasca in paese», disse Vincenza, che aveva 37 anni e sembravano molti di più. È così da troppi anni, forse da sempre. Intere generazioni di donne.

Eccezionale, occasionale: ecco due categorie dell’Ufficio comunale di collocamento riguardanti i braccianti agricoli negli anni cinquanta a Ceglie Messapica (i miei nonni, i miei zii, mia madre, mio padre), abituale era già qualcosa di più elitario. Ricordo quei timbri sui libretti della Mutua dei miei parenti, i bambini sono curiosi e quei libretti grigi con gli angoli consumati mi attiravano, ogni casella un anno ed ogni anno una qualifica.
Chi riusciva ad avere quei timbri, perché aveva ottenuto un certo numero di giorni lavorativi “ufficiali”, aveva la fortuna di un’assistenza sanitaria pubblica ed eventualmente un sussidio di disoccupazione. Il problema era cumularle quelle giornate, trovare lavoro era difficile ma trovare un datore di lavoro che denunciasse la temporanea assunzione era raro.

Il passato non ha insegnato nulla, ricordardiamo ancora la storia di Pompea Argentiero, che oggi avrebbe più di cinquant’anni. Era il 19 maggio del 1980, lei aveva 16 anni, Lucia Altavilla 17 e Donata Lombardi 19. Le tre ragazze erano stipate insieme ad altre diciassette su un pulmino che ne poteva portare nove. L’impatto violento. Forse un colpo di sonno dell’autista. E la morte che ha spento per sempre i sogni e le speranze di Pompea, Lucia e Donata. A Monopoli era già accaduto nel 1974. Anche allora tre donne, tre braccianti morte. E anche dopo, anche in questo nuovo secolo, donne morte in incidenti stradali. Poi ci sono stati gli anni delle proteste del movimento bracciantile, dei sindacati. Bracci di ferro con le associazioni padronali per contratti anche con meno salario ma con più regole certe da rispettare. E sedi sindacali incendiate e pullman che hanno preso fuoco. Tagli di «tendoni» e furti di trattori.

La campagna pugliese è stata a lungo in mano alla mafia pugliese, alla Sacra Corona Unita che controllava anche settori di caporalato. Spesso i politici locali strizzavano l’occhio agli «intermediari del mercato del lavoro», cioè gli stessi caporali, per far lacorare in nero uomini e donne, in cambio di voti, senza vergogna. La relazione di una Commissione parlamentare di indagine lo racconta, è agli atti del Parlamento.

Ora i caporali sono diventati dei contractor che individuano la manodopera, anche straniera, sul territorio. Ogni caporale controlla da 50 a 200 persone e riceve dalle aziende 10 euro a lavoratore. I sindacati parlano di una paga reale di meno di 30 euro per una giornata lavorativa. E nei campi c’è sempre un controllore, una donna, una «fattora», delegata dal caporale a governare il lavoro dei braccianti.

I caporali controllano ora sopratutto braccianti provenienti dall’estero, migranti. 15.000 le donne straniere che lavorano nelle campagne non solo pugliesi, 5000 i braccianti stranieri. Interessante la definizione di Mario Fraccascia, della segreteria regionale della Flai-Cgil, di Castellaneta, provincia di Taranto: «Il caporalato in questi ultimi anni si è imborghesito attraverso la nascita e la crescita di società di intermediazione in grado di fornire tutti i servizi necessari alle aziende». Gli stranieri in campagna in realtà non sono una novità. Alla fine degli anni ’80 compaiono gli stagionali del pomodoro accanto ai «vu cumprà», africani magari anche studenti universitari che si davano part-time al commercio, d’estate, sulle spiagge della Romagna.

Con dieci anni di governo della Puglia di Nichi Vendola, la legislazione si è messa in regola, ma la campagna è rimasta territorio di caccia di un’economia criminale.

La legge che rende il caporalato un reato penale è una realtà. Evidentemente ha un funzionamento problematico, essa si basa sull’articolo 633 bis del codice penale; ha recepito parzialmente la direttiva 52/2009 dell’Unione europea, manca, però, la parte più importante della direttiva: quella che da la possibilità ai lavoratori immigrati irregolari di denunciare le condizioni di sfruttamento lavorativo, ottenendo così un procedimento di regolarizzazione. Non è un caso, come spesso avviene si recepiscono le norme comunitarie, ma si svuotano di contenuto.

Settecento

migranti

Ammazzato di botte.

Nicholas, 12 anni, brindisino di adozione, albanese di nascita, conosceva alla perfezione il significato di “ammazzato di botte”. Era arrivato in Italia a gennaio, un mese freddo, troppo per le piccole mani che avevano dovuto reggere il portellone di una vecchia Skoda, semichiuso per non farsi scorgere, giusto lo spazio per respirare. Quello spazio sorretto dalle sue dita congelate.

Un lungo viaggio da Tirana. Infinito. Fuggiva. Sapeva anche cosa voleva dire fuggire. Un ragazzo di 12 anni che sa perfettamente il significato di “ammazzato di botte” e di “fuggire”, ha già vissuto tutto. Quella mattina, sul bagnasciuga del villaggio turistico Mediterraneo, nell’alba pugliese cocente e lenta, gli si era stretto il fiato in gola. Spiaggiato e freddo, il corpo di un uomo. “Ammazzato di botte”, così sarebbe apparsa la notizia il giorno dopo sulla gazzetta locale. Sfiorato dalle onde leggere di un mare turisticamente perfetto.

Nicholas era stato il primo a trovarlo. Nicholas dormiva poco d’estate. Si alzava con il padre Rudy, che lavorava in quel villaggio come cuoco, così gli aveva sempre raccontato. “Io sono un cuoco” e Nicholas ne andava fiero. Lavava i piatti in realtà o poco più. Ma era impeccabile nella sua divisa bianca, impeccabile come il suo accento slavo non ancora perso nonostante da due anni vivesse in Italia.

Fuggito dall’Albania insieme al figlio. Era il terzo componente di un piccolo gruppo di dissidenti politici. Ammazzati di botte. Nicholas li aveva visti, gli altri due, cadere davanti ai suoi occhi e davanti alla porta di casa sua, alla vigilia di Natale. In piena caccia grossa organizzata dal reparto speciale della polizia. Li aveva visti sputare sangue fino all’ultimo barlume di vita. Crollare a terra massacrati dai pugni di cinque agenti incappucciati di nero. Nero come il buio di quella notte a Tirana. O come il viaggio dentro quel cofano semi-arrugginito.

Nicholas dormiva poco forse anche per questo. Aveva bisogno di vedere la luce appena possibile.

E così quella mattina era stato il primo a trovarlo. Avevano strappato gli abiti di dosso a quell’uomo muscoloso. Nudo e rannicchiato sulla sabbia bagnata. Sembrava dormisse. Lo aveva guardato a lungo, stropicciati gli occhi ancora sonnacchiosi, sperava se ne andasse, si alzasse e se ne andasse. Invece no. Dalle tumefazioni sulla schiena, pareva avesse combattuto contro un nemico spietato, senza tregua, senza speranza.

“L’hanno picchiato !!”

“Chi? Chi hanno picchiato?” Il padre di Nicholas non aveva fatto caso più di tanto che il letto del figlio fosse vuoto, era abituato a non trovarlo al risveglio, era tranquillo perché solitamente lo sapeva in giro per i vialetti del villaggio. Stava facendo colazione, testa china sulla tazza di caffelatte, televisore sintonizzato su di un canale albanese un po’ disturbato ma tanto era, meglio di niente. Stava portando il cucchiaio alla bocca, quando Nicholas irruppe in casa, urlando “L’hanno picchiato !!”

“Chi hanno picchiato?” ripetette due volte il padre. “Un uomo. Sulla spiaggia, è sulla spiaggia. Sembra morto. Forse è morto. Non so. Papà, l’hanno picchiato.”

“Ora calmati Nicholas”. Il padre gli prese le mani tremanti. Come foglie leggere vibravano. Lo abbracciò forte. Lo strinse a sé per dargli calore, per trasmettergli una sicurezza che forse neanche lui possedeva. Ma ne era il padre. Doveva in qualche modo dimostrarglielo. “Vengo a vedere dai !”.

Si buttò addosso una felpa sbiadita che gli aveva regalato lo chef, quello vero, il giorno del suo compleanno. Al centro, ancora riconoscibile, il profilo della Puglia e una scritta “Benvenuti nella terra del sole, del mare e del vento.” E di vento quella mattina ce n’era parecchio.

Rudy, tenendo Nicholas per mano, uscì dal suo alloggio, modesto, al primo piano della palazzina centrale, quella davanti alla piscina ormai vuota. Mancava una settimana alla fine di settembre, pochi giorni ancora e il villaggio avrebbe chiuso la stagione. Erano rimasti pochi turisti, per lo più locali. Padre e figlio giunsero in spiaggia quando una pattuglia di vigili urbani, probabilmente avvisati da qualcuno, stava già facendo delle rilevazioni. Il corpo dell’uomo era stato coperto da un lenzuolo bianco. “Papà, vorrei anch’io avere quel lenzuolo per coprirmi di notte. Guarda come è bianco !!” sussurrò Nicholas all’orecchio del padre che stava osservando con attenzione la scena. Rudy si voltò, sorrise e lo accarezzò. Si radunò una piccola folla di curiosi.

“Sono io che l’ho visto per primo”. Con il petto gonfio per la soddisfazione, quasi si aspettasse di ricevere un’onorificenza per ciò che aveva scoperto, il ragazzo passò fra i presenti, andando a sistemarsi di fianco ad un vigile urbano. “Questa notte è arrivato poco lontano di qui, un barcone di profughi albanesi” lo sentì raccontare ad un giovane elegantemente vestito. “Chi è papà?” fece Nicholas indicando l’uomo con un dito. “E’ un giornalista. Il cronista della gazzetta locale. Comunque te l’ho detto mille volte che non devi fare segno con il dito quando parli di qualcuno !” Il ragazzo abbassò la testa contrito, ma non smise di ascoltare ciò che l’agente raccontava. “Erano parecchi, troppi per le dimensioni della barca. Probabilmente qualcuno l’hanno ammazzato di botte e buttato in mare per alleggerire il carico. Questo è il primo che troviamo. Abbiamo recuperato l’imbarcazione vuota a 700 metri dalla riva. Non poteva andare oltre altrimenti si sarebbe arenata sul fondale.” 700. A Nicholas rimase quel numero in mente. 700. Quanti sono 700 metri?

“Papà, per favore, dammi le chiavi di casa, ho bisogno di andare in bagno”. Rudy gliele sporse. Mentiva. Arrivò a casa di corsa, trafelato. Sapeva che suo padre teneva un metro di legno nel cassetto del comodino. Lo trovò subito. Uscì di nuovo di corsa. Quel giorno non andò a scuola. Qualcuno lo vide appoggiare sulla sabbia il metro. E contare. 1, 2, 3, 4…

Un racconto di Flavio Palazzina