Brexit, una lezione?

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Ora che le bocce sono ferme esaminiamo un evento epocale: il sonoro, storico e drammatico schiaffo all’Europa sferrato dai cittadini del Regno Unito. Dopo un lungo testa a testa, dopo un duello all’ultimo voto, il verdetto delle urne ha dato la vittoria del leave sul remain infatti si è imposto il “sì” alla Brexit. Il Regno Unito dice addio all’Europa: a favore della Brexit il 51,8% dei votanti, contro il 48,2% a favore del remain. Un verdetto che ha sovvertito le prime indicazioni della notte, secondo le quali, dagli opinion poll in poi, era in vantaggio il fronte pro-europeista. La Bbc, da par suo, è stata la prima ad annunciare la vittoria del leave.
Un momento storico e drammatico riflesso sui mercati finanziari globali in cui il panico si è  diffuso: la sterlina è in caduta libera, le Borse asiatiche, aperte a scrutinio in corso, sono precipitate. L’ultima speranza per gli europeisti erano i dati in arrivo da Londra e Scozia, che difficilmente avrebbero capovolto il verdetto. Ha vinto, quindi il fronte euroscettico guidato da Nigel Farage, mentre ne esce con le ossa rotte è il premier, David Cameron, che dopo aver indetto il referendum si è battuto a favore del remain, perdendo. Una sconfitta, la sua, che lo ha costretto a presentare le dimissioni.
Il dato sull’affluenza si è attestato al 72,1%, più basso rispetto a quanto affermato dopo i primi conteggi della serata. Il picco dell’84% è stato registrato a Gibilterra, dove il “remain” ha stravinto con il 95,4 per cento.
I giovani sarebbero rimasti, hanno votato in massa remain. Per loro hanno deciso quelli che sono nella fase declinante della parabola della vita, arroccati in difesa di posizioni e privilegi, spaventati da frontiere troppo lasche. Lo spiega l’analisi dell’istituto Yougov:  il 75% dei votanti tra i 18 e i 24 anni hanno votato per rimanere nell’Unione. Anche la maggior parte degli adulti tra i 25 e i 49 anni, quelli all’inizio o nel pieno della vita lavorativa, ha scelto la permanenza nella Ue. La curva dei voti flette nella fascia d’età che va dai 50 ai 65 anni (dove il Remain cala al 42%) per precipitare al 36% tra gli over 65, i più entusiasti per l’uscita. Grandi sconfitti i giovani, insomma, tant’é!
Ora il Regno Unito è fuori dall’Unione Europea anche se potrebbe avere fino a due anni di tempo a disposizione per l’abbandono definitivo. Si apre una nuova epoca per l’Europa, dove ci si può ribellare, dove si può anche andare via, ma anche aprire una nuova fase per una vera coesione.

#senzachiederepermesso

Il periodo coperto dal film è 1969/1985, periodo che coincide perfettamente con gli anni in cui mio padre, dopo aver lasciato la Puglia come tanti in quegli anni, lavorò oll’Officina Meccannica 32 della Fiat Mirafiori.

Lo smemorato di Collegno

senza-chiedere-permesso

Ieri sera presso il Circolo Aurora di Collegno, a cura dell’Associazione ad Ovest di Treviri e del locale Circolo Sel-SI ho assistito alla proiezione del film- documentario Senzachiederepermesso (tutto d’un fiato) di Pietro Perotti e Pier Milanese. Il periodo coperto dal film è 1969/1985, periodo che coincide perfettamente con gli anni in cui mio padre, dopo aver lasciato la Puglia come tanti in quegli anni, lavorò oll’Officina Meccannica 32 della Fiat Mirafiori. Personalmente ho potuto fruire il film con cognizione di causa, papà mi teneva sempre al corrente di tutto quanto accadeva in fabbrica in quegli anni al tempo stesso meravigliosi e terribili, meravigliosi perchè ricchi di conquiste degli operai, terribili per il clima sociale che si era creato a causa del terrorismo BR, erano gli anni di piombo.

Il documentario costituisce sicuramente una delle testimonianze più forti della memoria operaia della Detroit italiana, Torino. Una testimonianza diretta, autentica e documentata, da quel…

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la festa del 2 giugno spiegata ai nostri figli

Il Presidente Mattarella scrive: “Il 2 giugno 1946, con il referendum istituzionale, prima espressione di voto a suffragio universale di carattere nazionale, le italiane e gli italiani scelsero la Repubblica, eleggendo contemporaneamente l’Assemblea costituente, che, l’anno successivo, avrebbe approvato la carta costituzionale, ispirazione e guida lungimirante della rinascita e, da allora, fondamento della democrazia italiana”.

Lo smemorato di Collegno

Festa della Repubblica Italiana

Oggi, 2 giugno niente scuola: si fa vacanza! Ma come mai? Perché si festeggia la nostra Repubblica! E quest’anno,m l’anniversario è anche più importante del solito, perché è il 70esimo anniversario della nascita dell’Italia repubblicana e democratica.

Per capire perché il suo compleanno sia proprio il 2 giugno bisogna tornare indietro nel tempo: al 2 giugno 1946 , quando, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, i cittadini italiani votarono con un referendum per decidere quale forma di governo preferissero per il paese: monarchia o repubblica? Vinse la repubblica con 12.718.641 voti contro 10.718.502: dopo 85 anni di vita, il Regno d’Italia si trasformò in una Repubblica , costruita dalla Resistenza sulle macerie lasciate dalla II Guerra Mondiale e dal fascismo. Il 2 giugno rimase festa nazionale fino al 1977, poi la sua celebrazione fu spostata alla prima domenica di giugno. Soltanto nel 2001, l’allora presidente della Repubblica Carlo…

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articolo 11

costituzione art. 11

Art. 11

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

no alla guerra

Piero Calamandrei nel discorso ai giovani tenuto alla Società Umanitaria, Milano, 25 gennaio 1955 disse: “Se volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati.

Dovunque è MORTO UN ITALIANO PER RISCATTARE LA LIBERTA’ E LA DIGNITA’, andate li, o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra COSTITUZIONE”.

Non è il caso di averne altri di morti, i nostri interessi in Libia vanno difesi in Europa con la politica. Francia e Gran Bretagna (con il beneplacito degli USA) stanno provando a scalzarci dalle nostre zone d’influenza economiche ereditate, volenti o nolenti, dalla Storia. E a Bruxelles che dobbiamo andare non a Tripoli o Bengasi!

Promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo, conclude l’art. 11, bene l’Italia lo ha già fatto entrando prima nella CEE come Stato fondatore poi nell’UE come evoluzione storica dell’Unione Europea. Matteo Renzi, facciamo valere questa nostra rinuncia in ambito comunitario, contiamo qualcosa e dimostriamolo, basta con la subalternità!

La pericolosa deriva dell’Italia innamorata del complottismo

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Un affilatissimo duello quello che si è verificato nei giorni scorsi al Senato tra Mario Monti e Matteo Renzi: sono affiorate due visioni opposte dell’Italia in Europa. Forse vale la pena ricordare in proposito che, anche se oggi i rapporti tra i due non sono più quelli di una volta, Giorgio Napolitano e Mario Monti sono stati i protagonisti di una delle operazioni politiche più controverse degli ultimi anni: il “dimissionamento” forzato di Silvio Berlusconi nel novembre del 2011. In quella occasione in tanti ipotizzarono un concorso internazionale, da Obama alla Merkel, nella rimozione della mina Berlusconi, sta di fatto che, concluso lo scontro in aula tra Renzi e Monti, un senatore renziano ha sussurrato: “Se il professor Monti ha mandanti internazionali per aprire la strada a qualcun altro, stavolta gli andrà male”. A palazzo Chigi qualche sospetto comincia a serpeggiare su possibili movimenti ostili dalle parti di Berlino, Bruxelles, Londra e Washington, un sospetto avvalorato degli editoriali decisamente critici con Renzi, usciti negli ultimi venti giorni su testate come Financial Times, Frankfurter Allgemeine, New York Times.

L’altra Italia, quella della trattativa, nel passato ha usato altri metodi. Opposti. Esemplare il caso del Consiglio europeo del giugno 2012, dove si sommarono trattative felpate e un veto calato al momento decisivo. Erano le settimane nelle quali il sistema dell’euro era sull’orlo della rottura, la cura da cavallo imposta dal governo Monti non riusciva a debellare lo spread e in quella occasione il presidente del Consiglio, per forzare le resistenze della Merkel, preparò riservatamente una rete di alleanze, in particolare con Obama, col neo-presidente francese François Hollande e col primo ministro spagnolo Rajoy. E così, durante un Consiglio durato ininterrottamente 15 ore, prima la Spagna e poi l’Italia minacciarono di porre il veto e alla fine, con la Germania sulla difensiva, si posero le premesse politiche per la successiva dichiarazione di Mario Draghi: il famoso «whatever it takes», che pose fine all’assedio a Roma e Madrid sui mercati finanziari.

In riferimento alle teorie complottistiche ventilate in Senato riporto di seguito un interessante articolo comparso sulla rivista web eastonline.

Mentre negli Stati Uniti cresce il timore di uno scontro Donald Trump-Hillary Clinton per la corsa alla Casa Bianca, in Italia sta emergendo con sempre maggiore vigore un fenomeno preoccupante. È la teoria del complotto, dell’agente esterno che punta a destabilizzare i sottili equilibri di un Paese che dovrà fare i conti, prima o poi, con la realtà. Non quella del complotto o delle scuse. Non quella degli seguaci accondiscendenti, anestetizzati da una retorica a senso unico. A Matteo Renzi va riconosciuto molto. Il suo vigore e la sua spinta propulsiva sono stati un toccasana contro l’immobilismo italiano. Eppure, l’impressione è che qualcosa si sia rotto.

L’episodio è noto. Il presidente del Consiglio ha attaccato a distanza Mario Monti: «I tecnici ci hanno regalato gli esodati della Legge Fornero, il fiscal compact, le tasse sulla casa e la vicenda marò, il ball-in delle banche senza aver fatto come altrove la bad bank. E adesso pretendono di spiegarci come fare a risolvere i problemi che loro stessi hanno creato?». Parole dure, che però non tengono conto della situazione in cui si trovava il Paese fra il maggio 2011 e il marzo 2012. L’Italia aveva perduto quasi tutta la sua credibilità internazionale e rischiava di essere estromessa dal mercato obbligazionario. In altre parole, fra ottobre e novembre 2011, c’era il concreto timore che un’asta di titoli di Stato potesse non essere coperta. E serviva un cambio di rotta.

Quanto introdotto dalla Commissione Europea durante la fase più oscura della crisi, compresi il tanto odiato fiscal compact e l’ancor più odiato bail-in, era quanto di meglio si potesse fare in un periodo storico dentro il quale pure i funzionari europei navigavano a vista. Mai avevano dovuto fare i conti con quella immensa tempesta che si era scatenata. Eppure, nonostante l’isteria di quei mesi, l’Eurozona è ancora qui. E quei trattati nati in notti insonni garantiscono una buona base, anche sotto il profilo della flessibilità, per il futuro. Attaccarli non ha senso, a meno che non si sia in una sorta di campagna elettorale permanente che non solo danneggia il Paese in cui viene effettuata, ma anche il clima generale dell’area in cui quel Paese è inserito. Parlando con un alto diplomatico statunitense riguardo i recenti fatti italiani, è emerso proprio questo problema: «Perché sembra che Renzi sia in costante campagna elettorale? Perché lascia intendere che ci siano delle forze esterne che vogliono destabilizzarlo? Piuttosto, la domanda che mi dovrei porre è: come posso rendere la crescita italiana sostenibile senza l’aiuto delle banche centrali?». Una domanda legittima.

Il capitale riformatore di Renzi è uno dei più significativi esempi di come basti poco per prendere delle decisioni storiche. Tuttavia, la sensazione è che si sia perso di vista l’obiettivo di ogni governo che vuole lasciare una traccia importante nella storia del Paese in cui opera. L’orizzonte temporale d’azione, a meno che non sia un mero esecutivo di transizione, non deve essere limitato. Non deve quindi guardare ai prossimi due anni, bensì al prossimo decennio. Per farlo, non deve perdere tempo in sterili discussioni su chi cospira, su chi manovra, sul nemico esterno. Illudersi che l’attuale quadro macroeconomico – tassi prossimi allo zero, politica monetaria accomodante – sia eterno è quanto di più errato si possa fare. Il mercato obbligazionario è cristallizzato, ma è proprio per questo che gli investitori stanno cercando rendimenti laddove possono, cioè su asset che presentano un grado di rischio più elevato. In pratica, nasceranno altre bolle, oltre a quelle che già ora sono presenti.

Ferruccio de Bortoli, sul Corriere della Sera, ha commentato con lucidità quale è lo scenario in cui si sta muovendo l’Italia e quali sono i rischi futuri. «L’anestetico (o il metadone) della Bce non è infinito. La congiuntura favorevole di euro e petrolio è irripetibile. Se il nostro debito, nel rapporto con il prodotto interno lordo (Pil), non dovesse scendere dopo nove anni, come promesso, il Paese sarebbe nuovamente esposto alla speculazione dei mercati», ha scritto de Bortoli. E ha ragione.

Se si desidera evitare che la prossima ondata di crisi travolga il Paese occorre utilizzare quel realismo che non fa rima con la politica degli slogan, e nemmeno con complottismo. Non c’è una cospirazione contro Renzi, né contro l’Italia. C’è invece un problema di classe dirigente. O meglio, di corpi intermedi. Circondarsi solo di Yes Men non solo è dannoso per l’uomo comune, ma in questo caso anche per il Paese. Cosa accade a uno che riveste una posizione apicale e sotto di lui ha solo Yes Men? Semplice: viene polverizzato. Questo perché perde l’attaccamento con il piano reale e diventa schiavo dell’approvazione dei suoi. Non solo. La società, l’azienda, che ha un capo così non ha futuro, perché una volta che tutti gli Yes Men si trovano senza il loro apice, difficilmente potranno eleggere un nuovo numero uno, perché si autodistruggeranno in lotte intestine. Meglio quindi ricordare le parole di Niccolò Machiavelli a riguardo: «La condizione ideale per un principe è quella di essere ad un tempo amato e temuto, ma se non è possibile avere le due cose insieme è da preferire l’essere temuto».  

Qualcosa cambierà? L’Italia tornerà davvero a essere protagonista sullo scacchiere internazionale? Difficile dirlo. Il pericolo è che la risposta sia negativa, a meno di uno shock talmente intenso da rimettere in carreggiata il treno. Del resto, come ha detto Umberto Eco a The Guardian nel 2011, «la paranoia della cospirazione universale non finirà mai e non puoi stanarla perché non sai mai cosa c’è dietro. È una tentazione psicologica della nostra specie». In pratica, tutti noi siamo propensi al complottismo. Eco, nel 2011, si riferiva a Silvio Berlusconi, il quale sosteneva di essere vittima del complotto contro di lui a opera dei comunisti, della magistratura, della stampa. Le similitudini con Renzi sono molte. I gufi, il vincolo esterno e la finanza internazionale sono ciò che, secondo Renzi, sta impedendo al Paese di essere ciò che potrebbe essere. Ma a forza di dare la colpa agli altri, c’è il rischio che non si riconoscano le proprie inefficienze, i propri errori. Il leader più lungimirante e illuminato, infatti, è quello che non trova una scusa, ma una soluzione.

la giornata italiana del ricordo

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Celebrata il 10 febbraio di ogni anno “Il Giorno del ricordo” è una solennità civile nazionale italiana che venne istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92, essa vuole conservare e rinnovare «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». E’ consuetudine in questa giornata organizzare iniziative nei luoghi delle stragi, in memoria delle vittime di questa triste pagina della storia europea. Il 10 febbraio 1947 fu firmato il trattato di pace di Parigi che assegnava alla Jugoslavia l’Istria e la maggior parte della Venezia Giulia.

L’esodo istriano, l’epurazione forzata di tutti gli individui di etnia italiana residenti in quelle terre, interessò almeno trecentomila persone e fu accompagnato da un vero e proprio sterminio nascosto ai più tramite l’infoibamento, ovvero l’uccisione e la sepoltura delle vittime nelle foibe, le grotte carsiche che caratterizzano il territorio.

Si stima che le vittime delle foibe furono oltre undicimila anche se non tutti furono sepolti nelle grotte; molti, dopo i rastrellamenti e le persecuzioni di Tito, furono deportati in campi di concentramento dove subirono atroci torture come vendetta contro il tramontato regime fascista e per imporre il nuovo regime filocomunista, eliminando ogni possibile forma di resistenza.

Questa tremenda pagina della storia del nostro Paese, che racconta episodi di barbarie commesse su migliaia di cittadini innocenti, talvolta colpevoli solo di essere italiani, che vennero torturati e gettati, molti ancora vivi, dentro le cavità naturali presenti sull’altipiano del Carso, richiama le nostre coscienze a interrogarsi su come sia possibile pianificare lo sterminio di intere popolazioni unicamente sulla base della appartenenza dei membri di quella comunità ad una etnia o ad un sentire politico.

La storia ha continuato a proporci orrori simili, ad ogni latitudine, anche in epoche recentissime, quando, superate le censure legate alla Guerra Fredda, la cognizione generale di quei fatti era universalmente diffusa. Basti pensare al Ruanda o alla Bosnia e le relative “pulizie etniche”.

E’ dunque evidente quanto bisogno ci sia di ricordare. Capire in quali abissi può sprofondare l’uomo a causa della “banalità del male” è essenziale per sperare che il mondo non ricada mai più in quegli orrori.

ISIS ovvero la fonte di notizia che dominerà il 2016

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“Dieci leader dell’Isis, alcuni dei quali collegati alle stragi del 13 novembre a Parigi, sono stati uccisi in recenti raid aerei della coalizione a guida Usa. Lo ha comunicato un portavoce del Pentagono, colonnello Steve Warren, portavoce della coalizione anti-Isis.”

Questa è l’ultima sull’Isis, ma purtroppo non sarà l’ultima. Credo che il nuovo anno sarà dominato dall’informazione su questo fenomeno storico che domina l’attualità. Forse vale la pena fare un riassunto delle puntate precedenti.

Lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, noto anche con la sigla “ISIS”, da più di due anni combatte nella guerra civile siriana contro il presidente sciita Bashar al Assad, e da circa un anno ha cominciato a combattere non solo contro le forze governative siriane ma anche contro i ribelli più moderati, creando di fatto un secondo fronte di guerra in quell’area martoriata dai conflitti. L’ISIS è un’organizzazione molto particolare: definisce se stessa come “stato” e non come “gruppo”. Usa metodi così violenti che anche al Qaida se ne è distanziata. Controlla tra Iraq e Siria un territorio esteso approssimativamente come il Belgio, e lo amministra in autonomia, ricavando dalle sue attività i soldi che gli servono per sopravvivere. Teorizza una guerra totale e interna all’Islam, oltre che contro l’Occidente, e vuole istituire un califfato non si sa bene dove, ma i suoi capi sono molto ambiziosi.

La sua avanzata, rapida e inaspettata, ha fatto emergere i moltissimi problemi dello stato iracheno ed ha intensificato le tensioni settarie tra sciiti e sunniti, alimentate negli ultimi anni dal pessimo governo del primo ministro sciita iracheno Nuri al-Maliki. Per capire la storia dell’ISIS serve conoscere tre personaggi molto noti tra chi si occupa di terrorismo e jihad: il primo, conosciuto da tutto il mondo per gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, è Osama bin Laden, uomo di origine saudita che per lungo tempo è stato a capo di al Qaida; il secondo è un medico egiziano, Ayman al-Zawahiri, che ha preso il posto di bin Laden dopo la sua uccisione in un raid americano ad Abbottabad, in Pakistan, il 2 maggio 2011; il terzo è Abu Musab al-Zarqawi, un giordano che dagli anni Ottanta e poi Novanta – cioè fin dai tempi della guerra che molti afghani combatterono contro i sovietici che avevano occupato il territorio dell’Afghanistan – era stato uno dei rivali di bin Laden all’interno del movimento dei mujaheddin, e poi anche di al Qaida.

Nel 2000 Zarqawi decise di fondare un suo proprio gruppo con obiettivi diversi da quelli di al Qaida; egli voleva provocare una guerra civile su larga scala e per farlo voleva sfruttare la complicata situazione religiosa dell’Iraq, paese a maggioranza sciita ma con una minoranza sunnita al potere da molti anni con Saddam Hussein. L’obiettivo di Zarqawi, che si è definito meglio anche con l’intervento successivo di diversi ideologi jihadisti, era creare un califfato islamico esclusivamente sunnita. Questo punto è molto importante, perché definisce anche oggi la strategia dell’ISIS e ne determina le sue alleanze in Iraq. Nel 2011 il gruppo si è rafforzato, riuscendo tra le altre cose a liberare un certo numero di prigionieri detenuti dal governo iracheno. Nell’aprile del 2013 la guerra in Siria gli diede nuove possibilità di espansione anche in territorio siriano.

Lo Stato Islamico minaccia non solo gli Stati Uniti, ma anche l’Europa, mentre Londra, Parigi, Roma e Berlino osservano il dilagare della violenza e della guerra fin dentro i confini di casa propria senza muovere un dito. L’Unione Europea non fa nulla. Cosa fanno gli stati importanti d’Europa? Troppo poco. Il fatto che gli Stati Uniti non abbiano una strategia non giustifica l’immobilismo europeo. Intanto gli esperti di geopolitica e i “servizi” sono d’accordo sul fatto che con l’operazione autonomamente lanciata in Siria la Francia non mirava ad arginare l’esodo di profughi né a rafforzare la coalizione anti-Isis, ma a neutralizzare un gruppo preciso di combattenti che probabilmente stava preparando attentati devastanti sul territorio francese. Un’analisi che sembrerebbe confermata dai fatti.

Questo è stato un anno drammatico per la Francia, aperto dalla strage di Charlie Hebdo. Ora i sette attacchi coordinati nella capitale nonostante un dispositivo di massima allerta sempre dispiegato su tutto il territorio. Il 7 gennaio sono 12 i morti nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo. Due giorni dopo, l’ondata di terrore termina con un doppio blitz: nel primo, a Dammartin en Goele, le teste di cuoio uccidono i fratelli Said e Chérif Kouachi, i due franco-algerini autori del massacro di Charlie. Intanto, in un supermercato kosher a Parigi, il fiancheggiatore dei due fratelli – Amedy Coulibaly – colpisce a morte 4 persone prima di essere eliminato. l’ondata di terrore termina con un doppio blitz: nel primo, a Dammartin en Goele, le teste di cuoio uccidono i fratelli Said e Chérif Kouachi, i due franco-algerini autori del massacro di Charlie. Intanto, in un supermercato kosher a Parigi, il fiancheggiatore dei due fratelli – Amedy Coulibaly – colpisce a morte 4 persone prima di essere eliminato. In febbraio, un altro allarme: tre militari di servizio davanti a un sito della comunità ebraica di Nizza vengono aggrediti con un coltello dal francese di origine africana Moussa Coulibaly. Poi l’attentato sventato con l’arresto dello studente di informatica Sid Ahmed Ghlam, trovato in possesso di un arsenale di guerra e pronto ad attaccare chiese di Villejuif, banlieue di Parigi. Anche se poi si appurò che il movente era personale, in giugno la decapitazione di un imprenditore nella banlieue di Lione ha fatto salire ulteriormente la tensione nel Paese, dato che a compiere l’azione era stato un uomo di origini arabe con messinscena tipica della jihad. Ad agosto l’allarme per tutti treni d’Europa: un marocchino apre il fuoco su un Tgv; l’attentatore viene placcato da tre americani che col loro coraggio evitano quella che poteva essere una strage. Secondo il ministero dell’Interno francese, poco meno di 2.000 francesi sono legati a organizzazioni coinvolte nella “guerra santa” islamica o nelle organizzazioni radicali in Siria o in Iraq.

Probabilmente nel 2016 l’argomento principale di discussione non sarà tanto la guerra allo Stato islamico, ma il futuro del siriano Assad, che Mosca condizionerà al mantenimento dello status quo in Crimea e nell’Ucraina orientale. Non ci resta che attendere l’anno nuovo.

il ‘partigia’ Primo Levi

partigia

I «partigia» erano – secondo un modo di dire piemontese – i combattenti della Resistenza spregiudicati nell’uso delle armi: decisi e svelti di mano. A loro Primo Levi, nel 1981, ha dedicato una poesia (*). Narratore formidabile, Levi non ha mai esplicitamente affrontato i fatti delle settimane dell’autunno 1943 da lui trascorse come ribelle nella valle d’Aosta, prima che egli fosse catturato e deportato ad Auschwitz. Il dilemma della scelta che, dopo l’8 settembre si pose ai giovani di una nazione allo sbando, è, sopratutto oggi che i fatti si allontano nelle nebbie della storia, un tema bruciante. Il problema della legittimità e della moralità della violenza partigiana prima e sopratutto dopo il 25 aprile è tuttora lacerante, vedasi, ad esempio, l’annosa diatriba Bocca/Pansa ora sopita a causa della morte di Bocca. Tra le figure esemplari di questa lacerazione Primo Levi è in primo piano. Dolente, prima ancora che come testimone della Soluzione finale del problema ebraico, come testimone degli aspetti più scabrosi di una guerra civile. La poesia che segue potrebbe essere considerata un testamento o meglio una resa dei conti.

(*) Partigia

Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?

Molti dormono in tombe decorose,
quelli che restano hanno i capelli bianchi
e raccontano ai figli dei figli
come, al tempo remoto delle certezze,
hanno rotto l’assedio dei tedeschi
là dove adesso sale la seggiovia.

Alcuni comprano e vendono terreni,
altri rosicchiano la pensione dell’Inps
x si raggrinzano negli enti locali. (@aliante)
In piedi, vecchi: per noi non c’e’ congedo.

Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sarà duro,
ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.

Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell’alba non ci sorprenda il nemico.

Quale nemico? Ognuno e’ nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non e’ mai finita.

#antifascismo, #politica

Il Giardino delle Meraviglie

Secondo un favoloso calendario virtuale del tempo o, meglio, il giornale di bordo di una fantastica astronave del tempo e dello spazio, sepolta sotto “Il Giardino delle Meraviglie”, il giorno DODICI FARVARDIN DOESARODAVAZDA, cioè 1° Aprile 2012, i quotidiani locali di Brindisi avrebbero riportato la notizia fantastica del crollo dei palazzi costruiti nel famoso “Giardino delle Suore”.
Chi passa per queste strade può vedere in questo momento, oggi, attrezzature di costruttori sparse in mezzo alla costruzione che sembra versare in stato di abbandono tra il fango e la ruggine che la fanno da padroni. Da un lato, al posto del terzo blocco si vede una grande voragine, come se il manufatto di cemento armato vi fosse sprofondato dentro e dal terreno circostante spuntano spezzoni di tondino d’acciaio, come dopo un bombardamento aereo.
Alle finestre ed ai balconi dei due condomini sopravvissuti si possono vedere esseri umani grandi e piccoli che godono di questo panorama. (Se vai su Google maps puoi verificare!).
In questa storia si perde anche la “storia” di un “martire” sconosciuto e dimenticato, di cui ho saputo casualmente e di cui non sono riuscito a ricostruire la storia. Si tratta di uno dei cosiddetti “Schiavi di Hitler”, quei militari italiani che dopo l’armistizio si rifiutarono di mettersi contro il proprio popolo a fianco dei nazisti e finirono nei campi di lavoro e nelle fabbriche tedesche. Di Lui ho ricostruito la storia fino al 25 Aprile 1945, dopo non trovo traccia. Spero di poterlo un far ricordare un giorno come meritano tutti gli eroi silenziosi che accettano di soffrire e di essere dimenticati pur di non tradire.
Qui davanti a casa mia hanno fatto un grosso buco anche nella storia. Non sarà per questo 25 Aprile, ma spero di poterlo colmare, avendo vita.