4 passi verso la maturità 2016

quattro passi


Nemmeno un mese e ricomincerà l’iter dei temuti esami di maturità, croce e delizia di studenti e insegnanti e naturalmente di famiglie, apprensive o speranzose, fate voi.

Mi ricordo bene quando toccò a me, prepararmi per il fatidico esame. Gli ultimi mesi di scuola li passai tra l’ansia per l’imminente esame e la voglia disperata di saltare il fosso, di togliermelo dai piedi, anche se non sapevo bene cosa avrei dovuto aspettarmi dalla vita. Fino ad allora avevo pensato solo al presente, mentre improvvisamente il futuro stava irrompendo nella mia vita.

E’ proprio perché me lo ricordo e ci sono passata, non solo indenne ma anche vittoriosa, che mi è venuta voglia di ragionare insieme su come fare 4 passi avanti verso la maturità. Un momento importante per il quale bisogna prepararsi al meglio. Vediamo insieme come.

Se è vero quello che denuncia un’autorevole agenzia di stampa, l’ANSA, a proposito della preparazione degli studenti che si avvicinano alla maturità, allora ciò che capitò a me ormai molti anni fa non solo non ha cambiato segno ma forse è addirittura peggiorato.

Nelle nostre scuole il novecento non si insegna, non in storia, non in italiano niente di niente. Non c’è tempo per finire i programmi, salvo poi puntualmente inserirlo nelle prove d’esame. Temi di storia, orali incentrati sul periodo più vicino al presente, con buona pace di tutto il resto.

Io ricordo bene che dovetti studiare dalla prima guerra mondiale in poi tra la fine della scuola e l’inizio dell’esame. Volete sapere quale tema storico fu disponibile tra gli altri? Naturalmente il tema degli interventisti e neutralisti nel primo conflitto mondiale. Me lo ricordo ancora, tanto mi aveva colpito la coincidenza.

Dunque vi capisco cari ragazzi se avete paura di dover affrontare un esame complesso e abbastanza vasto, immagino l’ansia che vi assale per immaginarvi lì davanti a un plotone di insegnanti che valutano quanto sapete e come lo esponete.

Dovete esserne consapevoli. Sarebbe già un piccolo vantaggio.

So che dover abbandonare un ciclo di vita e affacciarvi definitivamente all’età adulta spaventa. Ma tanto vale farlo alla grande. Studiate. …e continuate a leggere!

il pantano libico

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Barack Obama vorrebbe chiudere in gloria una stagione presidenziale considerata neo-isolazionista, riconquistando Raqqa e stroncando l’Isis in Libia. Quindi Renzi dovrebbe essere consapevole del fatto che a Washington, in occasione della conferenza sul nucleare, la Casa Bianca vorrà convincerlo ad appoggiarlo nei suoi intenti. E’ noto che i francesi e soprattutto gli inglesi sono pronti ad appoggiare Obama in ogni sua iniziativa contro l’Isis e dunque il Presidente del Consiglio ha ridotte vie di fuga dall’impegno diretto.

Le difficoltà dell’Isis in Siria e in Iraq hanno diffuso la sensazione che il Califfato potrebbe intensificare l’attività terroristica in Europa, oltre ad accelerare il “trasloco” verso il golfo della Sirte. Si sarebbe cioè aperta la possibilità di assestare all’Isis colpi incisivi.

L’Italia dovrebbe essere consapevole del fatto che sarebbe un grave errore, in un contesto come l’attuale, inviare soldati in Libia solo perché chiesto da un governo insediato dall’assemblea generale dell’Onu a settembre, che desidererebbe una “leadership italiana in Libia”. Tuttavia il nostro governo parrebbe disposto a dispiegare, con modalità da valutare, le eccellenze militari a disposizione: Tornado e reparti speciali di piccole dimensioni ma di forte impatto operativo.

Da qualche giorno Serraj e il suo Consiglio Presidenziale sono attesi a Tripoli, sospinti dal via libera dell’Onu, ma l’amministrazione della città ha dichiarato lo stato di emergenza proprio per impedire l’insediamento del nuovo governo, provocando scaramucce per ora dimostrative. La presenza di militari occidentali getterebbe ulteriore discredito sul già delegittimato governo libico, questo rischierebbe di rafforzare la presenza Isis insediata nella città di Sirte.

A questo punto pare chiaro che la benedizione dell’Onu non trasforma l’esecutivo Serraj in qualcosa di diverso da un governo fantoccio. Serraj che dovrebbe porsi al di sopra delle due fazioni che comandano a Tripoli e a Tobruk, ha avuto le prime difficoltà allorché ha formato un esecutivo record con 32 ministri, 64 sottosegretari e 9 consiglieri presidenziali in tutto ben 105 persone.

Per esemplificare occorre ricordare che a seguito di una complicata mediazione tra Tobruk e Tripoli è stato nominato ministro degli Esteri Marwan Ali Abu Sraiweil appartenente ad una famiglia importante della Tripolitania con qualche interesse in Cirenaica. Molti hanno allora rilevato uno sbilanciamento. Si è quindi deciso di nominare altri due pari grado, uno alla Cooperazione internazionale e un altro per gli Affari arabi e africani. Le ironie e le polemiche da parte degli osservatori si sono a tal proposito sprecate stimolando una drastica riduzione dei titolari di dicastero. I quali, in ogni caso, sono restati a lungo a Tunisi dal momento che nella capitale libica non erano ben accetti.

Il capo dell’entità governativa della Tripolitania vicina ai Fratelli musulmani, Khalifa Ghweil, ancora oggi considera quello di Serraj un esecutivo imposto dall’esterno che i libici non accetteranno mai. In una occasione si è lasciato sfuggire che qualora Serraj si presentasse a Tripoli, lui lo farebbe arrestare.

Sull’altro versante, quello di Tobruk, grande incognita è il generale Khalifa Haftar, già al fianco di Gheddafi e adesso, sostenuto dall’Egitto, uomo forte di quella fazione. L’ufficiale, appoggiato anche da commandos francesi, è alla guida dell’offensiva per la liberazione di Bengasi contro diversi gruppi islamisti come i qaedisti di Ansar Al Sharia che nel 2012 uccisero l’ambasciatore americano Chris Stevens e la Brigata Martiri del 17 febbraio vicina ai Fratelli musulmani.

Si tratta, in tutta evidenza, di una situazione caotica, anche se solo accennata, che convincerebbe chiunque a non inviare contingenti ad impantanarsi in Libia. Sarebbe più saggio proseguire la politica già in atto, cioè dare supporto ai primi passi governativi di Serraj, il quale dovrà farsi carico di conquistare il consenso e la legittimazione che, come abbiamo visto, al momento gli mancano. Solo quando avrà ottenuto questo, potrà eventualmente permettersi una richiesta di sostegno militare internazionale per combattere l’Isis.

La pericolosa deriva dell’Italia innamorata del complottismo

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Un affilatissimo duello quello che si è verificato nei giorni scorsi al Senato tra Mario Monti e Matteo Renzi: sono affiorate due visioni opposte dell’Italia in Europa. Forse vale la pena ricordare in proposito che, anche se oggi i rapporti tra i due non sono più quelli di una volta, Giorgio Napolitano e Mario Monti sono stati i protagonisti di una delle operazioni politiche più controverse degli ultimi anni: il “dimissionamento” forzato di Silvio Berlusconi nel novembre del 2011. In quella occasione in tanti ipotizzarono un concorso internazionale, da Obama alla Merkel, nella rimozione della mina Berlusconi, sta di fatto che, concluso lo scontro in aula tra Renzi e Monti, un senatore renziano ha sussurrato: “Se il professor Monti ha mandanti internazionali per aprire la strada a qualcun altro, stavolta gli andrà male”. A palazzo Chigi qualche sospetto comincia a serpeggiare su possibili movimenti ostili dalle parti di Berlino, Bruxelles, Londra e Washington, un sospetto avvalorato degli editoriali decisamente critici con Renzi, usciti negli ultimi venti giorni su testate come Financial Times, Frankfurter Allgemeine, New York Times.

L’altra Italia, quella della trattativa, nel passato ha usato altri metodi. Opposti. Esemplare il caso del Consiglio europeo del giugno 2012, dove si sommarono trattative felpate e un veto calato al momento decisivo. Erano le settimane nelle quali il sistema dell’euro era sull’orlo della rottura, la cura da cavallo imposta dal governo Monti non riusciva a debellare lo spread e in quella occasione il presidente del Consiglio, per forzare le resistenze della Merkel, preparò riservatamente una rete di alleanze, in particolare con Obama, col neo-presidente francese François Hollande e col primo ministro spagnolo Rajoy. E così, durante un Consiglio durato ininterrottamente 15 ore, prima la Spagna e poi l’Italia minacciarono di porre il veto e alla fine, con la Germania sulla difensiva, si posero le premesse politiche per la successiva dichiarazione di Mario Draghi: il famoso «whatever it takes», che pose fine all’assedio a Roma e Madrid sui mercati finanziari.

In riferimento alle teorie complottistiche ventilate in Senato riporto di seguito un interessante articolo comparso sulla rivista web eastonline.

Mentre negli Stati Uniti cresce il timore di uno scontro Donald Trump-Hillary Clinton per la corsa alla Casa Bianca, in Italia sta emergendo con sempre maggiore vigore un fenomeno preoccupante. È la teoria del complotto, dell’agente esterno che punta a destabilizzare i sottili equilibri di un Paese che dovrà fare i conti, prima o poi, con la realtà. Non quella del complotto o delle scuse. Non quella degli seguaci accondiscendenti, anestetizzati da una retorica a senso unico. A Matteo Renzi va riconosciuto molto. Il suo vigore e la sua spinta propulsiva sono stati un toccasana contro l’immobilismo italiano. Eppure, l’impressione è che qualcosa si sia rotto.

L’episodio è noto. Il presidente del Consiglio ha attaccato a distanza Mario Monti: «I tecnici ci hanno regalato gli esodati della Legge Fornero, il fiscal compact, le tasse sulla casa e la vicenda marò, il ball-in delle banche senza aver fatto come altrove la bad bank. E adesso pretendono di spiegarci come fare a risolvere i problemi che loro stessi hanno creato?». Parole dure, che però non tengono conto della situazione in cui si trovava il Paese fra il maggio 2011 e il marzo 2012. L’Italia aveva perduto quasi tutta la sua credibilità internazionale e rischiava di essere estromessa dal mercato obbligazionario. In altre parole, fra ottobre e novembre 2011, c’era il concreto timore che un’asta di titoli di Stato potesse non essere coperta. E serviva un cambio di rotta.

Quanto introdotto dalla Commissione Europea durante la fase più oscura della crisi, compresi il tanto odiato fiscal compact e l’ancor più odiato bail-in, era quanto di meglio si potesse fare in un periodo storico dentro il quale pure i funzionari europei navigavano a vista. Mai avevano dovuto fare i conti con quella immensa tempesta che si era scatenata. Eppure, nonostante l’isteria di quei mesi, l’Eurozona è ancora qui. E quei trattati nati in notti insonni garantiscono una buona base, anche sotto il profilo della flessibilità, per il futuro. Attaccarli non ha senso, a meno che non si sia in una sorta di campagna elettorale permanente che non solo danneggia il Paese in cui viene effettuata, ma anche il clima generale dell’area in cui quel Paese è inserito. Parlando con un alto diplomatico statunitense riguardo i recenti fatti italiani, è emerso proprio questo problema: «Perché sembra che Renzi sia in costante campagna elettorale? Perché lascia intendere che ci siano delle forze esterne che vogliono destabilizzarlo? Piuttosto, la domanda che mi dovrei porre è: come posso rendere la crescita italiana sostenibile senza l’aiuto delle banche centrali?». Una domanda legittima.

Il capitale riformatore di Renzi è uno dei più significativi esempi di come basti poco per prendere delle decisioni storiche. Tuttavia, la sensazione è che si sia perso di vista l’obiettivo di ogni governo che vuole lasciare una traccia importante nella storia del Paese in cui opera. L’orizzonte temporale d’azione, a meno che non sia un mero esecutivo di transizione, non deve essere limitato. Non deve quindi guardare ai prossimi due anni, bensì al prossimo decennio. Per farlo, non deve perdere tempo in sterili discussioni su chi cospira, su chi manovra, sul nemico esterno. Illudersi che l’attuale quadro macroeconomico – tassi prossimi allo zero, politica monetaria accomodante – sia eterno è quanto di più errato si possa fare. Il mercato obbligazionario è cristallizzato, ma è proprio per questo che gli investitori stanno cercando rendimenti laddove possono, cioè su asset che presentano un grado di rischio più elevato. In pratica, nasceranno altre bolle, oltre a quelle che già ora sono presenti.

Ferruccio de Bortoli, sul Corriere della Sera, ha commentato con lucidità quale è lo scenario in cui si sta muovendo l’Italia e quali sono i rischi futuri. «L’anestetico (o il metadone) della Bce non è infinito. La congiuntura favorevole di euro e petrolio è irripetibile. Se il nostro debito, nel rapporto con il prodotto interno lordo (Pil), non dovesse scendere dopo nove anni, come promesso, il Paese sarebbe nuovamente esposto alla speculazione dei mercati», ha scritto de Bortoli. E ha ragione.

Se si desidera evitare che la prossima ondata di crisi travolga il Paese occorre utilizzare quel realismo che non fa rima con la politica degli slogan, e nemmeno con complottismo. Non c’è una cospirazione contro Renzi, né contro l’Italia. C’è invece un problema di classe dirigente. O meglio, di corpi intermedi. Circondarsi solo di Yes Men non solo è dannoso per l’uomo comune, ma in questo caso anche per il Paese. Cosa accade a uno che riveste una posizione apicale e sotto di lui ha solo Yes Men? Semplice: viene polverizzato. Questo perché perde l’attaccamento con il piano reale e diventa schiavo dell’approvazione dei suoi. Non solo. La società, l’azienda, che ha un capo così non ha futuro, perché una volta che tutti gli Yes Men si trovano senza il loro apice, difficilmente potranno eleggere un nuovo numero uno, perché si autodistruggeranno in lotte intestine. Meglio quindi ricordare le parole di Niccolò Machiavelli a riguardo: «La condizione ideale per un principe è quella di essere ad un tempo amato e temuto, ma se non è possibile avere le due cose insieme è da preferire l’essere temuto».  

Qualcosa cambierà? L’Italia tornerà davvero a essere protagonista sullo scacchiere internazionale? Difficile dirlo. Il pericolo è che la risposta sia negativa, a meno di uno shock talmente intenso da rimettere in carreggiata il treno. Del resto, come ha detto Umberto Eco a The Guardian nel 2011, «la paranoia della cospirazione universale non finirà mai e non puoi stanarla perché non sai mai cosa c’è dietro. È una tentazione psicologica della nostra specie». In pratica, tutti noi siamo propensi al complottismo. Eco, nel 2011, si riferiva a Silvio Berlusconi, il quale sosteneva di essere vittima del complotto contro di lui a opera dei comunisti, della magistratura, della stampa. Le similitudini con Renzi sono molte. I gufi, il vincolo esterno e la finanza internazionale sono ciò che, secondo Renzi, sta impedendo al Paese di essere ciò che potrebbe essere. Ma a forza di dare la colpa agli altri, c’è il rischio che non si riconoscano le proprie inefficienze, i propri errori. Il leader più lungimirante e illuminato, infatti, è quello che non trova una scusa, ma una soluzione.

Caporalato, ieri e oggi

caporalato pugliese

Le luci si accendono nel buio, i fari illuminano l’asfalto, è ancora notte quando il paese si sveglia. Gruppi di ragazze, mamme e certe volte nonne, aspettano all’incrocio di iniziare il loro viaggio quotidiano. I pullman partono da Villa Castelli alle 3.30 per fare il solito giro: Ceglie Messapica, Francavilla Fontana, Oria, Grottaglie. Certe volte puntano sul Metapontino, quando è il tempo delle fragole, altre sul Barese, con l’uva da tavola prima e poi da vino da raccogliere. È strana la vita del caporale e del bracciante, anzi spesso della bracciante. Le ragazze dormono poche ore, tre-quattro a notte, quando c’è lavoro. «Sveglia alle tre. Alle quattro sul pulmino. Due ore di viaggio, otto-dieci di lavoro. Altre due ore per rientrare a casa. Alle sei del pomeriggio. E poi in cucina. E la cena. E una vasca in paese», disse Vincenza, che aveva 37 anni e sembravano molti di più. È così da troppi anni, forse da sempre. Intere generazioni di donne.

Eccezionale, occasionale: ecco due categorie dell’Ufficio comunale di collocamento riguardanti i braccianti agricoli negli anni cinquanta a Ceglie Messapica (i miei nonni, i miei zii, mia madre, mio padre), abituale era già qualcosa di più elitario. Ricordo quei timbri sui libretti della Mutua dei miei parenti, i bambini sono curiosi e quei libretti grigi con gli angoli consumati mi attiravano, ogni casella un anno ed ogni anno una qualifica.
Chi riusciva ad avere quei timbri, perché aveva ottenuto un certo numero di giorni lavorativi “ufficiali”, aveva la fortuna di un’assistenza sanitaria pubblica ed eventualmente un sussidio di disoccupazione. Il problema era cumularle quelle giornate, trovare lavoro era difficile ma trovare un datore di lavoro che denunciasse la temporanea assunzione era raro.

Il passato non ha insegnato nulla, ricordardiamo ancora la storia di Pompea Argentiero, che oggi avrebbe più di cinquant’anni. Era il 19 maggio del 1980, lei aveva 16 anni, Lucia Altavilla 17 e Donata Lombardi 19. Le tre ragazze erano stipate insieme ad altre diciassette su un pulmino che ne poteva portare nove. L’impatto violento. Forse un colpo di sonno dell’autista. E la morte che ha spento per sempre i sogni e le speranze di Pompea, Lucia e Donata. A Monopoli era già accaduto nel 1974. Anche allora tre donne, tre braccianti morte. E anche dopo, anche in questo nuovo secolo, donne morte in incidenti stradali. Poi ci sono stati gli anni delle proteste del movimento bracciantile, dei sindacati. Bracci di ferro con le associazioni padronali per contratti anche con meno salario ma con più regole certe da rispettare. E sedi sindacali incendiate e pullman che hanno preso fuoco. Tagli di «tendoni» e furti di trattori.

La campagna pugliese è stata a lungo in mano alla mafia pugliese, alla Sacra Corona Unita che controllava anche settori di caporalato. Spesso i politici locali strizzavano l’occhio agli «intermediari del mercato del lavoro», cioè gli stessi caporali, per far lacorare in nero uomini e donne, in cambio di voti, senza vergogna. La relazione di una Commissione parlamentare di indagine lo racconta, è agli atti del Parlamento.

Ora i caporali sono diventati dei contractor che individuano la manodopera, anche straniera, sul territorio. Ogni caporale controlla da 50 a 200 persone e riceve dalle aziende 10 euro a lavoratore. I sindacati parlano di una paga reale di meno di 30 euro per una giornata lavorativa. E nei campi c’è sempre un controllore, una donna, una «fattora», delegata dal caporale a governare il lavoro dei braccianti.

I caporali controllano ora sopratutto braccianti provenienti dall’estero, migranti. 15.000 le donne straniere che lavorano nelle campagne non solo pugliesi, 5000 i braccianti stranieri. Interessante la definizione di Mario Fraccascia, della segreteria regionale della Flai-Cgil, di Castellaneta, provincia di Taranto: «Il caporalato in questi ultimi anni si è imborghesito attraverso la nascita e la crescita di società di intermediazione in grado di fornire tutti i servizi necessari alle aziende». Gli stranieri in campagna in realtà non sono una novità. Alla fine degli anni ’80 compaiono gli stagionali del pomodoro accanto ai «vu cumprà», africani magari anche studenti universitari che si davano part-time al commercio, d’estate, sulle spiagge della Romagna.

Con dieci anni di governo della Puglia di Nichi Vendola, la legislazione si è messa in regola, ma la campagna è rimasta territorio di caccia di un’economia criminale.

La legge che rende il caporalato un reato penale è una realtà. Evidentemente ha un funzionamento problematico, essa si basa sull’articolo 633 bis del codice penale; ha recepito parzialmente la direttiva 52/2009 dell’Unione europea, manca, però, la parte più importante della direttiva: quella che da la possibilità ai lavoratori immigrati irregolari di denunciare le condizioni di sfruttamento lavorativo, ottenendo così un procedimento di regolarizzazione. Non è un caso, come spesso avviene si recepiscono le norme comunitarie, ma si svuotano di contenuto.

La scoperta dell’acqua calda

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Come era fin troppo prevedibile, il movimento di Grillo sta fallendo nella mancata selezione della classe dirigente. Se in Italia procedi con la pesca a strascico, non tiri su la Svezia, ma pur sempre l’Italia. Bisogna avere il coraggio di riconoscere che il governo dell’uomo qualunque è una boiata pazzesca. Che «uno vale uno» è una boiata pazzesca. Che eleggere il primo cazzone che ha cento amici su Facebook è una boiata pazzesca. Per fare politica ci vogliono persone che escano da una competizione dura dentro partiti strutturati. Ci vuole la Prima Repubblica, ma con una variante fondamentale, giustamente pretesa dai Cinquestelle: il limite dei due mandati, unico vero argine contro la corruzione. Mentre i partiti padronali e i movimenti di protesta sono solo un argine contro l’intelligenza.

Mi pare quindi eccessiva la preoccupazione di Berlusconi per le prossime elezioni che dice: “Imperativo è battere i 5 Stelle” anche perchè le previsioni dei sondaggi dicono che il Pd va ad indebolirsi ulteriormente anziché riprendersi. Se Pd e M5s si trovassero al ballottaggio, vincerebbero questi ultimi. Per questo il centrodestra ha l’obbligo di diventare protagonista alle prossime elezioni: uniti sarebbero in vantaggio ma avrebbero difficoltà al ballottaggio.

Il popolo cercherà un’altra via.

ISIS ovvero la fonte di notizia che dominerà il 2016

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“Dieci leader dell’Isis, alcuni dei quali collegati alle stragi del 13 novembre a Parigi, sono stati uccisi in recenti raid aerei della coalizione a guida Usa. Lo ha comunicato un portavoce del Pentagono, colonnello Steve Warren, portavoce della coalizione anti-Isis.”

Questa è l’ultima sull’Isis, ma purtroppo non sarà l’ultima. Credo che il nuovo anno sarà dominato dall’informazione su questo fenomeno storico che domina l’attualità. Forse vale la pena fare un riassunto delle puntate precedenti.

Lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, noto anche con la sigla “ISIS”, da più di due anni combatte nella guerra civile siriana contro il presidente sciita Bashar al Assad, e da circa un anno ha cominciato a combattere non solo contro le forze governative siriane ma anche contro i ribelli più moderati, creando di fatto un secondo fronte di guerra in quell’area martoriata dai conflitti. L’ISIS è un’organizzazione molto particolare: definisce se stessa come “stato” e non come “gruppo”. Usa metodi così violenti che anche al Qaida se ne è distanziata. Controlla tra Iraq e Siria un territorio esteso approssimativamente come il Belgio, e lo amministra in autonomia, ricavando dalle sue attività i soldi che gli servono per sopravvivere. Teorizza una guerra totale e interna all’Islam, oltre che contro l’Occidente, e vuole istituire un califfato non si sa bene dove, ma i suoi capi sono molto ambiziosi.

La sua avanzata, rapida e inaspettata, ha fatto emergere i moltissimi problemi dello stato iracheno ed ha intensificato le tensioni settarie tra sciiti e sunniti, alimentate negli ultimi anni dal pessimo governo del primo ministro sciita iracheno Nuri al-Maliki. Per capire la storia dell’ISIS serve conoscere tre personaggi molto noti tra chi si occupa di terrorismo e jihad: il primo, conosciuto da tutto il mondo per gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, è Osama bin Laden, uomo di origine saudita che per lungo tempo è stato a capo di al Qaida; il secondo è un medico egiziano, Ayman al-Zawahiri, che ha preso il posto di bin Laden dopo la sua uccisione in un raid americano ad Abbottabad, in Pakistan, il 2 maggio 2011; il terzo è Abu Musab al-Zarqawi, un giordano che dagli anni Ottanta e poi Novanta – cioè fin dai tempi della guerra che molti afghani combatterono contro i sovietici che avevano occupato il territorio dell’Afghanistan – era stato uno dei rivali di bin Laden all’interno del movimento dei mujaheddin, e poi anche di al Qaida.

Nel 2000 Zarqawi decise di fondare un suo proprio gruppo con obiettivi diversi da quelli di al Qaida; egli voleva provocare una guerra civile su larga scala e per farlo voleva sfruttare la complicata situazione religiosa dell’Iraq, paese a maggioranza sciita ma con una minoranza sunnita al potere da molti anni con Saddam Hussein. L’obiettivo di Zarqawi, che si è definito meglio anche con l’intervento successivo di diversi ideologi jihadisti, era creare un califfato islamico esclusivamente sunnita. Questo punto è molto importante, perché definisce anche oggi la strategia dell’ISIS e ne determina le sue alleanze in Iraq. Nel 2011 il gruppo si è rafforzato, riuscendo tra le altre cose a liberare un certo numero di prigionieri detenuti dal governo iracheno. Nell’aprile del 2013 la guerra in Siria gli diede nuove possibilità di espansione anche in territorio siriano.

Lo Stato Islamico minaccia non solo gli Stati Uniti, ma anche l’Europa, mentre Londra, Parigi, Roma e Berlino osservano il dilagare della violenza e della guerra fin dentro i confini di casa propria senza muovere un dito. L’Unione Europea non fa nulla. Cosa fanno gli stati importanti d’Europa? Troppo poco. Il fatto che gli Stati Uniti non abbiano una strategia non giustifica l’immobilismo europeo. Intanto gli esperti di geopolitica e i “servizi” sono d’accordo sul fatto che con l’operazione autonomamente lanciata in Siria la Francia non mirava ad arginare l’esodo di profughi né a rafforzare la coalizione anti-Isis, ma a neutralizzare un gruppo preciso di combattenti che probabilmente stava preparando attentati devastanti sul territorio francese. Un’analisi che sembrerebbe confermata dai fatti.

Questo è stato un anno drammatico per la Francia, aperto dalla strage di Charlie Hebdo. Ora i sette attacchi coordinati nella capitale nonostante un dispositivo di massima allerta sempre dispiegato su tutto il territorio. Il 7 gennaio sono 12 i morti nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo. Due giorni dopo, l’ondata di terrore termina con un doppio blitz: nel primo, a Dammartin en Goele, le teste di cuoio uccidono i fratelli Said e Chérif Kouachi, i due franco-algerini autori del massacro di Charlie. Intanto, in un supermercato kosher a Parigi, il fiancheggiatore dei due fratelli – Amedy Coulibaly – colpisce a morte 4 persone prima di essere eliminato. l’ondata di terrore termina con un doppio blitz: nel primo, a Dammartin en Goele, le teste di cuoio uccidono i fratelli Said e Chérif Kouachi, i due franco-algerini autori del massacro di Charlie. Intanto, in un supermercato kosher a Parigi, il fiancheggiatore dei due fratelli – Amedy Coulibaly – colpisce a morte 4 persone prima di essere eliminato. In febbraio, un altro allarme: tre militari di servizio davanti a un sito della comunità ebraica di Nizza vengono aggrediti con un coltello dal francese di origine africana Moussa Coulibaly. Poi l’attentato sventato con l’arresto dello studente di informatica Sid Ahmed Ghlam, trovato in possesso di un arsenale di guerra e pronto ad attaccare chiese di Villejuif, banlieue di Parigi. Anche se poi si appurò che il movente era personale, in giugno la decapitazione di un imprenditore nella banlieue di Lione ha fatto salire ulteriormente la tensione nel Paese, dato che a compiere l’azione era stato un uomo di origini arabe con messinscena tipica della jihad. Ad agosto l’allarme per tutti treni d’Europa: un marocchino apre il fuoco su un Tgv; l’attentatore viene placcato da tre americani che col loro coraggio evitano quella che poteva essere una strage. Secondo il ministero dell’Interno francese, poco meno di 2.000 francesi sono legati a organizzazioni coinvolte nella “guerra santa” islamica o nelle organizzazioni radicali in Siria o in Iraq.

Probabilmente nel 2016 l’argomento principale di discussione non sarà tanto la guerra allo Stato islamico, ma il futuro del siriano Assad, che Mosca condizionerà al mantenimento dello status quo in Crimea e nell’Ucraina orientale. Non ci resta che attendere l’anno nuovo.

Sono razzista ma sto cercando di smettere

razzismo
Consiglio ai miei quattro seguaci (ammesso che siano almeno quattro) la lettura di un libricino sempre attuale, il titolo è “Sono razzista ma sto cercando di smettere” è molto istruttivo, intanto, fin da quando lo lessi io nel 2009, sono convinto che sono razzista e sto cercando di smettere, se ci riesco ve lo dico..
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Niente razze, ma molto razzismo. Nonostante studi approfonditi abbiano dimostrato da tempo che di razze umane ce n’è una sola, certi sentimenti non smettono di circolare. Siamo tutti parenti, discendenti dagli stessi antenati africani che hanno colonizzato in poche migliaia di anni tutto il pianeta. Niente razze, ma molte differenze, scritte un po’ nel nostro DNA. E moltissimo nella nostra cultura, nei tanti luoghi comuni dove andiamo a inciampare ogni giorno, nei pregiudizi che ci guidano attraverso le piccole e grandi vicende della vita e che ci portano a subire, dire, fare o semplicemente pensare cose razziste.
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Ecco un problema che si trascina da oltre mezzo secolo >: Palestina: “Piombo Fuso” per finire e per iniziare.
Cerchiamo di leggere cosa appare, alla luce della storia degli ultimi decenni, nell’azione sanguinosa degli israeliani nella striscia di Gaza e vediamo che non era imprevedibile. Oggi intanto: “Israele teme un’intensificazione degli attacchi terroristici ed a Gerusalemme arrivano i soldati per rafforzare la prevenzione. Si tratta di oltre mille militari che l’esercito si schiera «a corona» attorno ai quartieri arabi di Gerusalemme Est, da dove sono arrivati finora l’80 per cento degli autori degli attacchi compiuti nelle ultime quattro settimane. Si tratta dei quartieri di Beit Hanina, Shuafat, Issawya, Silwan, Jabel Mukaber e Zur Bacher.” continua…

Un’altra Ceglie, al momento, è impossibile!

brindisi

Molti penseranno che domenica Renzi abbia perso l’aura di invincibile perché è stato troppo Renzi. A me invece sembra che lo sia stato troppo poco. La sua è stata una sconfitta più narrativa che politica. A essere andato in crisi è il racconto con cui l’anno scorso aveva sedotto un Paese stufo dei soliti riti e delle solite facce. Quel racconto prometteva di sostituire i mandarini del Pd con una leva di giovani amministratori locali come lui. Il partito della Nazione, capace di prendere voti a destra e a sinistra, doveva essere il partito dei sindaci. Innovativi, pragmatici, conosciuti e apprezzati sul territorio. Ma, arrivato al potere, il sindaco Renzi ha rinunciato a coltivare i suoi omologhi, riducendo il governo e l’Italia a un gigantesco programma televisivo di cui si considera il presentatore unico, tutt’al più affiancato da una collaboratrice preparata e accudente. Il guaio è che, anziché un Renzi o una Boschi, nelle urne i liguri si sono ritrovati Raffaella Paita, il prolungamento scolorito del governatore uscente. E i veneti la debolissima Moretti, al cui confronto il leghista Zaia sembrava Metternich. Mentre i candidati che hanno vinto – Rossi, Emiliano e il chiacchierato De Luca in Campania – non sono stati scelti dal premier, il quale li ha subiti come un male necessario.

Renzi si sente Messi, ma per tenere l’Italia dovrà diventare Guardiola, uno scopritore e coordinatore di talenti. Il mito dell’uomo solo al comando funziona soltanto finché comanda appoggiandosi ai migliori. Se rinuncia a farlo, il mito svanisce e rimane l’uomo. Solo.  (Massimo Gramellini – La Stampa)

Dicevano gli antichi: quando la nave affonda, i topi scappano. Il Massimo nazionale anticipa persino i tempi, scappa ai primi sinistri scricchiolii. Intanto la maggioranza guidata da Renzi perde un pezzettino. I Popolari per l’Italia, partito fondato da Mario Mauro dopo la scissione da Scelta Civica, hanno infatti annunciato l’uscita dalla coalizione che sostiene il governo.

Comunque nella nostra Ceglie, assunta qui a puro paradigma, tutto continua impertubabilmente come prima. Più di prima! I nostri compaesani se ne fregano di Renzi, più o meno come hanno fatto quelli del PD, sempre di Ceglie, che mi sono apparsi spiazzati dalle avventure del loro segretario_tutto_fare, al punto da non riuscire, nonostante la buona presenza di Sel sempre disponibile agli apparentamenti, a sconfiggere la destra, anzi le tre destre di Ceglie. I cegliesi, che tanto scemi non sono, ma neanche tanto avveduti, hanno scelto di continuare a farsi governare da chi li fa divertire a spese loro. Da qui non posso fare altro che osservare e rimpiangere altri Mita. Da ultimo un cegliese nel mondo ha tentato l’impossibile e nonostante la gran cassa deve, ora, continuare ad occuparsi di Affari Italiani; speriamo che siano, almeno in minima parte affari cegliesi.

Prosit!

non Podemos!

podemos

Perché in Grecia e in Spagna sì, in Italia no? Perché l’Italia è come la Polonia anziché come la Spagna, un Paese di destra che vuole curare il disagio sociale con le balle fasciste di Salvini.

Non bisogna però dimenticare che nel 2011, mentre a Madrid nasceva il movimento degli Indignados, premessa di Podemos, in Italia alle elezioni amministrative di metà maggio da nord a sud vincevano i sindaci arancione, fuori e contro il sistema dei partiti tradizionali. Un mese dopo, 26 milioni di italiani votarono i referendum sull’acqua pubblica, osteggiati dagli stessi partiti. Ma ad avvantaggiarsi guidando quell’onda non sono stati movimenti di una nuova sinistra, ma Grillo che ha fatto strada a Renzi. Infatti, il Movimento 5 Stelle cresceva fino al 25%, ma quei voti sono rimasti congelati, mentre Renzi ha preso il posto di Bersani vittima sacrificale di Grillo e Letta troppo poco sponsorizzato, per poter reggere allo pseudo rottamatore conservatore. In effetti Renzi ha “rubato” al M5S, in chiave sopratutto propagandistica, alcuni temi come la critica della partitocrazia e la lotta alla corruzione. Mentre Grillo si è isolato, evitando di saldarsi con altri movimento sociali che gli avrebbe permesso di rispettare il suo principio di non alleanza con i partiti.

Naturalmente è scattata la corsa ad intestarsi la vittoria di Podemos. Da Salvini a Renzi, da Passera a Vendola tutti  a rivendicare diritti di esclusiva e primogenitura, denunciando l’appropriazione indebita altrui. “In realtà – ha dichiarato Massimo Cacciari – di fronte a una galassia europea in cui prevale il meticciato politico, con simbiosi e incroci di ogni genere, in Italia si utilizzano categorie di lettura vecchie di trent’anni”. In particolare, sostiene il filosofo, “dentro Podemos c’è di tutto: componenti di sinistra-sinistra come in Syriza, movimentiste come nel M5S, perfino altre assimilate da Renzi. Esiti diversi di una crisi analoga”.

Insomma noi non podemos nunca mas cambiar.

L’inganno chiamato Xylella

sputacchia

Per la lotta al batterio Xylella Fastidiosa, che è un batterio e non un virus (sic!), le istituzioni hanno dispiegato truppe peggio che fossimo in una guerra d’inganni.

I consulenti scientifici che se ne stanno occupano non si sa con quale autorità, non sono batteriologi ma virologi, tra questi i ricercatori Savino, Boscia, Martelli. A questi signori che pretendono di essere dei ricercatori, degli scienzati insomma, pur non avendo uno straccio di competenza in materia batteriologica, non hanno nemmeno lontanamente pensato (forse perché interessati ad altro), che avrebbero dovuto interpellare appunto batteriologi, entomologi e patologi vegetali. Non un solo pensiero gli è venuto sulla possibilità di affrontare il problema attraverso la lotta con gli antagonisti naturali. Vanno dritti per la loro strada, affidandosi manco a farla apposta alla chimica fornita dalle multinazionali. Una strada che ci porta tutti, loro compresi, verso il baratro.

La xylella non è un virus e non può essere trattato come se lo fosse, eppure è quello che si sta facendo con l’approvazione della politica.  Per ammissione degli stessi ricercatori questo batterio è veicolato da un insetto (la sputacchina), materia di cui loro, è bene ribadirlo, non hanno competenza. Il guaio è che questi signori sono ascoltati da una classe politica di ignoranti della peggior specie che, non solo gli da conto, peggio rende esecutivo un piano (abbattimento di migliaia di olivi e uso della chimica), in base ad argomentazioni che non hanno alcun fondamento scientifico e che produrrà solo disastri che pagheremo per decenni se non secoli.

Si delinea sempre più chiaramente un quadro che lascia intendere come la missione è battere cassa da ogni dove: dallo Stato, dalla UE, dalle Multinazionali che non vedono l’ora di conficcare i loro artigli sul Salento e sulla Puglia intera.

Un attacco senza precedenti, da 3000 anni a questa parte, è in corso contro gli ulivi pugliesi. Molti uliveti sono abbandonati a se stessi perchè i proprietari sono ridotti alla fame, dai prezzi bassissimi che vengono applicati all’ingrosso: un litro di olio extravergine d’oliva è stato pagato, quest’anno 2 euro come vent’anni fa, a fronte di costi di produzione decuplicati. La concorrenza dei mercati esteri è spietata, arriva dall’estero olio di pessima qualità e a prezzi stracciati. L’abbandono delle cure unitamente all’uso di spesticidi di basso livello ha determinato il repentino disseccamento degli alberi che viene attribuito quasi esclusivamente alla xylella fastidiosa e al suo vettore sputacchina. Per ironia della sorte, entrambi hanno una denominazione da commedia, ma sono immersi in una vera tragedia che sta conducendo verso la radicale decisione di abbattimenti indiscriminati ed inutili; possibile che gli ulivi, che hanno resistito a 3000 anni di attacchi naturali, ora possono soccombere così repentinamente a questi miseri e miopi interessi?