A me non me sta bene che no!

Oggi manifestazione sit-in antifascista a Roma in piazzale delle Paradisee e poi corteo per le vie di Torre Maura  dopo la rivolta di un gruppo di cittadini contro la decisione del Comune – poi revocata –  di trasferire 70 rom in una struttura in via dei Codirossoni. Organizzata da Anpi, Arci, Libera, Cgil e Acli ed altre realtà. In concomitanza, non lontano, si è tenuta una manifestazione di Casapound che si lecca le ferite mediatiche infertegli dal giovane quindicenne Simone.

Applausi dalla folla durante gli interventi infuocati degli organizzatori del sit-in antifascista, ma anche alcune critiche dagli abitanti del quartiere. “Oggi sono qui ma con il pelo sullo stomaco. Perché la sinistra doveva venire prima”, ha detto Raffaella, una residente. “Dove eravamo prima? Tutte queste sigle rispettabilissime dove stavano prima? Abbiamo lasciato spazio alle ultra destre.

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L’Italia che resiste

Italia che resisteIl 2 febbraio è stato il giorno della manifestazione “L’Italia che resiste” ashtag #Italiacheresiste!).

Una catena umana di solidarietà e denuncia che ha coinvolto istituzioni, associazioni e cittadini che si sono stretti in un “abbraccio” di solidarietà contro i provvedimenti liberticidi del #governogialloverde, per dire no alle scelte inumane di chi sta interrompendo i percorsi di assistenza e integrazione, di chi istiga all’odio e alla xenofobia. Per protestare contro il decreto sicurezza del governo, il razzismo e i respingimenti delle navi che soccorrono migranti in mare.

Un’iniziativa organizzata in molti comuni per esprimere il dissenso verso le politiche del governo sull’immigrazione. Si è trattato di un’autoconvocazione spontanea: “perché abbiamo scelto di resistere alle scelte inumane di chi vorrebbe lasciar morire in mare chi scappa dalla guerra, dalla fame e dalla povertà. Perché non si torni indietro mai più”.

Il movimento ha avuto origine a Torino ed è stato in grado di coinvolgere migliaia di persone in tantissime piazze, da Torino a Palermo, ma non solo in Italia. Anche a Bruxelles e Londra gruppi spontanei hanno dato vita a quasi 300 manifestazioni con la bandiera de “L’Italia che resiste”,

Nell’annuncio diramato in tutti i Comuni italiani si chiesto di portare con sé un simbolo del salvataggio in mare, per ricordare, poco dopo il Giorno della memoria, “perché non vogliamo essere come quelli che in tempo di guerra hanno fatto finta di non vedere quello che stava accadendo”.

Ricordiamo, con l’occasione, quanto ci ha detto, nel suo discorso di fine anno, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Certo, la sicurezza è condizione di un’esistenza serena. Ma la sicurezza parte da qui: da un ambiente in cui tutti si sentano rispettati e rispettino le regole del vivere comune. La vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza. 

Qualche settimana fa a Torino alcuni bambini mi hanno consegnato la cittadinanza onoraria di un luogo immaginario, da loro definito Felicizia, per indicare l’amicizia come strada per la felicità. Un sogno, forse una favola. Ma dobbiamo guardarci dal confinare i sogni e le speranze alla sola stagione dell’infanzia. Come se questi valori non fossero importanti nel mondo degli adulti.

In altre parole, non dobbiamo aver timore di manifestare buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società. Sono i valori coltivati da chi svolge seriamente, giorno per giorno, il proprio dovere; quelli di chi si impegna volontariamente per aiutare gli altri in difficoltà.

Il nostro è un Paese ricco di solidarietà. Spesso la società civile è arrivata, con più efficacia e con più calore umano, in luoghi remoti non raggiunti dalle pubbliche istituzioni. È l’immagine dell’Italia positiva, che deve prevalere.” 

Queste parole, in definitiva, sono state lo stimolo per la manifestazione de “L’Italia che resiste”.

Il sacrificio di Cesare Damiano per Nicola Zingaretti

Se lo slogan elettorale di Nicola Zingaretti è “prima le persone”, Cesare Damiano l’ha fatto proprio in pieno nei confronti del candidato più quotato alla segreteria del PD: si è ritirato dalla competizione proprio per favorire la persona di Nicola.

Il 25 gennaio scorso ho seguito nei locali della V circoscrizione di Torino in Via Stradella uno dei dibattiti di “Piazza Grande” il network messo insieme per propagandare la candidatura di Nicola Zingaretti alla segreteria del PD.

Il tema della serata: “Sviluppo, lavoro e pensioni – Un’Italia del futuro” ha visto protagonisti: Mary Gagliardi segretaria del Circolo ospite, Romano Gilardi, Andrea Giorgis, Anna Rossomando, Gianna Pentenero e Cesare Damiano, moderati da Umberto D’Ottavio navigatissimo politico locale, ex Sindaco di Collegno per due legislature consecutive e Deputato uscente del Parlamento.

Su tutti sono stati significativi gli interventi di Gianna Pentenero consigliere della Regione Piemonte e Cesare Damiano ex sindacalista della CGIL nonché navigatissimo dirigente politico del Partito Democratico ed ex Ministro del Lavoro.

Gianna Pentenero ha evidenziato tutte le criticità del provvedimento governativo che istituirà il “reddito di cittadinanza”, cavallo di battaglia del M5s di Luigi Di Maio. I Centri per l’Impiego (collocamento pubblico al lavoro) che dovrebbero essere protagonisti di questa riforma, atta alla redistribuzione della ricchezza nazionale, non sono più in grado di funzionare in quanto, da tempo, sotto organico e con mezzi informatici obsoleti e non comunicanti: addirittura sono difficili gli scambi comunicativi all’interno di una singola unità operativa.

In Piemonte gli addetti ai Centri sono 420, nell’intera Italia sono 8.000. Occorre quindi correre ai ripari e il Governo gialloverde prevede di affiancare questa struttura pubblica con l’assunzione di circa 10.000 addetti da assegnare a Enfap Servizi una entità privata che gestirà attraverso le controverse figure dei Navigator un delicato servizio pubblico. Appaiono evidenti le storture organizzative al limite della costituzionalità.

Dubbi e perplessità vengono espressi in merito alla effettiva sostenibilità delle principali misure della legge di Bilancio approvata dal Parlamento a fine anno a colpi di voti di fiducia: Reddito di Cittadinanza e Quota Cento per le Pensioni.

Due misure che Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro che, durante l’esecutivo di Romano Prodi, progetto per primo il sistema delle “quote” al riguardo delle pensioni critica con veemenza. Damiano afferma: “le quote le ho inventate insieme a Romano Prodi nell’ormai lontano 2007. Il concetto di “quota”, all’origine, aveva una caratteristica, e cioè la flessibilità. Nel senso che, ad esempio, quota 95 poteva essere la somma di 60 anni di età e 35 di contributi, oppure di 58 anni di età e 37 di contributi versati.

I due addendi, quindi, composti da età anagrafica e anzianità contributiva, potevano alzarsi e scendere. La cosiddetta “quota” di Salvini ha invece un numero fisso:38 anni di contributi e 62 anni di età. In quel caso la somma fa 100, ma se un lavoratore consegue il traguardo dei 38 anni di contributi a 63 anni di età la quota diventa 101, se l’obiettivo lo raggiunge a 64 anni la quota diventa 102 e così via. È evidente che non si tratta della formula originale. In ogni caso io non penso che possiamo opporci ideologicamente a questa misura, perché è una nostra invenzione, una bandiera del Pd che abbiamo lasciato nelle mani della Lega.

La nostra opposizione si deve quindi esercitare sul funzionamento di questi strumenti, e la critica va avanzata su un punto: la quota di Salvini aiuta ad andare in pensione una certa categoria di lavoratori, cioè i lavoratori maschi delle grandi imprese del nord che hanno il vantaggio di avere una lunga carriera contributiva. 38 anni di contributi versati senza nessun vuoto oggi non sono più alla portata di tutti.

Quota 100 quindi, da sola, non basta per l’obiettivo della flessibilità del sistema previdenziale. Non a caso noi abbiamo chiesto di rendere strutturale l’Ape Sociale e il governo ha risposto parzialmente alla nostra domanda prolungando di un solo anno questo strumento.

A differenza di altri esponenti del mio partito – come Renzi, che non ho apprezzato quando si è pronunciato contro questi strumenti, Ape, Quote e reddito di cittadinanza – non penso che le due misure si contrappongano, ma che siano complementari. Una aiuta l’altra, ma una da sola non basta. Il suggerimento è di procedere con emendamenti che migliorino l’Ape Sociale, nel senso che è necessario includere nei lavori gravosi l’edilizia, i lavori stagionali e poi cancellare il vincolo che consente ai disoccupati di andare in pensione con 30 anni di contributi ma a patto che abbiano utilizzato gli ammortizzatori sociali come la Naspi. Anche se non li hanno utilizzati, bisogna far in modo che i disoccupati di lungo periodo possano andare in pensione.

In più io dico che il governo si è dimenticato della nota salvaguardia degli esodati e questo è molto grave. Noi dobbiamo chiedere che il problema venga risolto, perché ci sono 6 mila lavoratori che, a causa della riforma Fornero, non hanno più il lavoro dal 2012 e non hanno ancora la pensione. Questa era una promessa di Di Maio non mantenuta.”

Per quanto riguarda il Congresso del Partito Democratico Cesare Damiano ritiene che occorra essere inclusivi, infatti il regolamento del Partito prevede che al voto espresso dagli iscritti ai Circoli vada affiancato il voto dei partecipanti alle Primarie non iscritti. Per poter avere vita facile al Congresso occorre che Nicola Zingaretti ci si presenti con oltre il 50% dei suffragi. Ecco il motivo principale che lo ha spinto a rinunciare a presentarsi alla competizione per la segreteria.

Infine, secondo Damiano, appare evidente che il governo non riuscirà a reperire i 45 milioni di Euro occorrenti sui tre anni di durata previsti per i due provvedimenti economici bandiera del contratto di governo gialloverde. Questo determinerà probabilmente la caduta del governo.

Come opposizione il Partito Democratico deve tendere alla ricostruzione di un pavimento di diritti che il partito stesso ha largamente contribuito a distruggere, insieme ad altri e sotto varie denominazioni, negli ultimi 40 anni di vita politica italiana.

La distribuzione del lavoro e del reddito, temi tipicamente di sinistra, non possono essere lasciati in mano alla destra al governo che appare incapace di gestire una situazione complicatissima anche e soprattutto in relazione ai rapporti internazionali ed in particolare europei.

la decadenza…

orfini

Circola un video molto istruttivo e molto distruttivo che immortala la gogna subita dal presidente del partito democratico Orfini mentre tentava di distribuire volantini in un mercato della periferia romana al quartiere Giardinetti. Troverà posto nel documentario storico sull’epoca in cui la plebe si rivoltò. Il campionario degli insulti va dall’essenziale «Buffoni!» al più articolato «In galera dovete anna’ brutti zozzi», strillato da un bancarellaro con le treccine. «Ancora se presentano pe’ fà pubblicità al Pd, ahò! Ma ringraziate che non ve tajamo la capoccia». Orfini affronta la calata agli inferi con una dose di coraggio o di incoscienza che gli va riconosciuta. «Avete rubbato fino adesso» – «Io ho rubato?»; «Tu ci camperesti in due con 900 euro?» – «Faticosamente»; «Non sei er braccio destro de Renzi?» – «Chi, io?» (e il gallo cantò tre volte). La sua chiosa è pura comicità surreale: «Nelle periferie in generale non va benissimo. È un dato abbastanza storico».

Storico un par de palle, argomenterebbe il bancarellaro di cui sopra. Ancora dieci anni fa sarebbe stato impensabile che un dirigente del principale partito della sinistra venisse apostrofato per strada senza alcuna forma di soggezione, anzi con autentico disprezzo. Orfini sarà anche privo di carisma, però oggi nemmeno Berlinguer riuscirebbe a placare questo popolo offeso e inferocito che va alla ricerca di capri espiatori e accusa i politici di prendere i voti della gente comune per metterli al servizio dei grandi interessi finanziari. In altri tempi avrei sorriso della figuraccia rimediata da Orfini. Adesso la sua gogna fa quasi paura.

Massimo Gramellini – La Stampa

“Nemmeno BERLINGUER riuscirebbe a placare questo popolo offeso e inferocito…”,

mi permetto di osservare che BERLINGUER non avrebbe avuto bisogno di placare nessuno, perchè a questi bassi (per non dire di peggio) livelli la politica con lui non sarebbe mai scesa.
Beh, sono d’accordo con la Sig.a Giuseppina Grazia che ha lasciato questo commento al Buongiorno di Gramellini, aggiungo che questa gogna non fa paura perché colpisce giustamente, sia pure di striscio qualcuno che ha venduto l’anima al diavolo.
Saluti a tutti gli amici del blog.

e che sia buona… cosa

cambiare si puo
Dal 19 al 21 febbraio al Palazzo dei Congressi di Roma si terrà “Cosmopolitica – Si parte, per cambiare l’Italia”, l’assemblea nazionale che aprirà il processo costituente di una nuova forza politica della sinistra in Italia.
Cosmopolitica, nata dall’appello ‘per la sinistra di tutti e tutte‘, è innanzitutto uno spazio aperto e inclusivo in cui attivisti, intellettuali, personalità legate ad esperienze sociali e culturali, amministratori e rappresentanti istituzionali provenienti da tutto il Paese avvieranno una discussione profonda sulle grandi questioni che attanagliano l’Italia e l’Europa, dalla crisi economica alla disoccupazione di massa, dal terrorismo globale alla tutela ambientale, dalle disuguaglianze all’emergenza clima.
Cosmopolitica vuole innovare profondamente le forme della partecipazione e dell’organizzazione politica.
E lo fa cominciando con il piede giusto: con una tre giorni di discussione partecipata e di decisioni comuni. Nessun copione già scritto, ma la volontà di raccogliere un protagonismo diffuso per trasformarlo in progetto politico e percorso di mobilitazione civile: più di 800 persone infatti potranno prendere parola tra laboratori, sessioni plenarie e assemblee tematiche, in momenti di confronto largo e autentico che porteranno alla definizione di impegni chiari sul percorso che porterà tra qualche mese al congresso fondativo della nuova forza politica e su alcune grandi campagne nazionali, sulla democrazia e le riforme costituzionali, su lavoro e welfare, su saperi e istruzione, su clima e ambiente.
Per intervenire o proporre temi per i laboratori: http://www.cosmopolitica.org/call/
Ma Cosmopolitica innova anche con l’ideazione di una community digitale per il confronto, la codecisione e l’attivazione politica. Un social network politico di proposte, idee e dibattito che verrà presentato nel corso dell’assemblea e che diventerà presto l’agorà virtuale di tutti coloro che vogliono mettere in rete esperienze, competenze e saperi capaci di generare senso comune, credibilità ed efficacia dell’iniziativa politica.

il ‘partigia’ Primo Levi

partigia

I «partigia» erano – secondo un modo di dire piemontese – i combattenti della Resistenza spregiudicati nell’uso delle armi: decisi e svelti di mano. A loro Primo Levi, nel 1981, ha dedicato una poesia (*). Narratore formidabile, Levi non ha mai esplicitamente affrontato i fatti delle settimane dell’autunno 1943 da lui trascorse come ribelle nella valle d’Aosta, prima che egli fosse catturato e deportato ad Auschwitz. Il dilemma della scelta che, dopo l’8 settembre si pose ai giovani di una nazione allo sbando, è, sopratutto oggi che i fatti si allontano nelle nebbie della storia, un tema bruciante. Il problema della legittimità e della moralità della violenza partigiana prima e sopratutto dopo il 25 aprile è tuttora lacerante, vedasi, ad esempio, l’annosa diatriba Bocca/Pansa ora sopita a causa della morte di Bocca. Tra le figure esemplari di questa lacerazione Primo Levi è in primo piano. Dolente, prima ancora che come testimone della Soluzione finale del problema ebraico, come testimone degli aspetti più scabrosi di una guerra civile. La poesia che segue potrebbe essere considerata un testamento o meglio una resa dei conti.

(*) Partigia

Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?

Molti dormono in tombe decorose,
quelli che restano hanno i capelli bianchi
e raccontano ai figli dei figli
come, al tempo remoto delle certezze,
hanno rotto l’assedio dei tedeschi
là dove adesso sale la seggiovia.

Alcuni comprano e vendono terreni,
altri rosicchiano la pensione dell’Inps
x si raggrinzano negli enti locali. (@aliante)
In piedi, vecchi: per noi non c’e’ congedo.

Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sarà duro,
ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.

Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell’alba non ci sorprenda il nemico.

Quale nemico? Ognuno e’ nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non e’ mai finita.

#antifascismo, #politica

Un’altra Ceglie, al momento, è impossibile!

brindisi

Molti penseranno che domenica Renzi abbia perso l’aura di invincibile perché è stato troppo Renzi. A me invece sembra che lo sia stato troppo poco. La sua è stata una sconfitta più narrativa che politica. A essere andato in crisi è il racconto con cui l’anno scorso aveva sedotto un Paese stufo dei soliti riti e delle solite facce. Quel racconto prometteva di sostituire i mandarini del Pd con una leva di giovani amministratori locali come lui. Il partito della Nazione, capace di prendere voti a destra e a sinistra, doveva essere il partito dei sindaci. Innovativi, pragmatici, conosciuti e apprezzati sul territorio. Ma, arrivato al potere, il sindaco Renzi ha rinunciato a coltivare i suoi omologhi, riducendo il governo e l’Italia a un gigantesco programma televisivo di cui si considera il presentatore unico, tutt’al più affiancato da una collaboratrice preparata e accudente. Il guaio è che, anziché un Renzi o una Boschi, nelle urne i liguri si sono ritrovati Raffaella Paita, il prolungamento scolorito del governatore uscente. E i veneti la debolissima Moretti, al cui confronto il leghista Zaia sembrava Metternich. Mentre i candidati che hanno vinto – Rossi, Emiliano e il chiacchierato De Luca in Campania – non sono stati scelti dal premier, il quale li ha subiti come un male necessario.

Renzi si sente Messi, ma per tenere l’Italia dovrà diventare Guardiola, uno scopritore e coordinatore di talenti. Il mito dell’uomo solo al comando funziona soltanto finché comanda appoggiandosi ai migliori. Se rinuncia a farlo, il mito svanisce e rimane l’uomo. Solo.  (Massimo Gramellini – La Stampa)

Dicevano gli antichi: quando la nave affonda, i topi scappano. Il Massimo nazionale anticipa persino i tempi, scappa ai primi sinistri scricchiolii. Intanto la maggioranza guidata da Renzi perde un pezzettino. I Popolari per l’Italia, partito fondato da Mario Mauro dopo la scissione da Scelta Civica, hanno infatti annunciato l’uscita dalla coalizione che sostiene il governo.

Comunque nella nostra Ceglie, assunta qui a puro paradigma, tutto continua impertubabilmente come prima. Più di prima! I nostri compaesani se ne fregano di Renzi, più o meno come hanno fatto quelli del PD, sempre di Ceglie, che mi sono apparsi spiazzati dalle avventure del loro segretario_tutto_fare, al punto da non riuscire, nonostante la buona presenza di Sel sempre disponibile agli apparentamenti, a sconfiggere la destra, anzi le tre destre di Ceglie. I cegliesi, che tanto scemi non sono, ma neanche tanto avveduti, hanno scelto di continuare a farsi governare da chi li fa divertire a spese loro. Da qui non posso fare altro che osservare e rimpiangere altri Mita. Da ultimo un cegliese nel mondo ha tentato l’impossibile e nonostante la gran cassa deve, ora, continuare ad occuparsi di Affari Italiani; speriamo che siano, almeno in minima parte affari cegliesi.

Prosit!