L’Italia che resiste

Italia che resisteIl 2 febbraio è stato il giorno della manifestazione “L’Italia che resiste” ashtag #Italiacheresiste!).

Una catena umana di solidarietà e denuncia che ha coinvolto istituzioni, associazioni e cittadini che si sono stretti in un “abbraccio” di solidarietà contro i provvedimenti liberticidi del #governogialloverde, per dire no alle scelte inumane di chi sta interrompendo i percorsi di assistenza e integrazione, di chi istiga all’odio e alla xenofobia. Per protestare contro il decreto sicurezza del governo, il razzismo e i respingimenti delle navi che soccorrono migranti in mare.

Un’iniziativa organizzata in molti comuni per esprimere il dissenso verso le politiche del governo sull’immigrazione. Si è trattato di un’autoconvocazione spontanea: “perché abbiamo scelto di resistere alle scelte inumane di chi vorrebbe lasciar morire in mare chi scappa dalla guerra, dalla fame e dalla povertà. Perché non si torni indietro mai più”.

Il movimento ha avuto origine a Torino ed è stato in grado di coinvolgere migliaia di persone in tantissime piazze, da Torino a Palermo, ma non solo in Italia. Anche a Bruxelles e Londra gruppi spontanei hanno dato vita a quasi 300 manifestazioni con la bandiera de “L’Italia che resiste”,

Nell’annuncio diramato in tutti i Comuni italiani si chiesto di portare con sé un simbolo del salvataggio in mare, per ricordare, poco dopo il Giorno della memoria, “perché non vogliamo essere come quelli che in tempo di guerra hanno fatto finta di non vedere quello che stava accadendo”.

Ricordiamo, con l’occasione, quanto ci ha detto, nel suo discorso di fine anno, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Certo, la sicurezza è condizione di un’esistenza serena. Ma la sicurezza parte da qui: da un ambiente in cui tutti si sentano rispettati e rispettino le regole del vivere comune. La vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza. 

Qualche settimana fa a Torino alcuni bambini mi hanno consegnato la cittadinanza onoraria di un luogo immaginario, da loro definito Felicizia, per indicare l’amicizia come strada per la felicità. Un sogno, forse una favola. Ma dobbiamo guardarci dal confinare i sogni e le speranze alla sola stagione dell’infanzia. Come se questi valori non fossero importanti nel mondo degli adulti.

In altre parole, non dobbiamo aver timore di manifestare buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società. Sono i valori coltivati da chi svolge seriamente, giorno per giorno, il proprio dovere; quelli di chi si impegna volontariamente per aiutare gli altri in difficoltà.

Il nostro è un Paese ricco di solidarietà. Spesso la società civile è arrivata, con più efficacia e con più calore umano, in luoghi remoti non raggiunti dalle pubbliche istituzioni. È l’immagine dell’Italia positiva, che deve prevalere.” 

Queste parole, in definitiva, sono state lo stimolo per la manifestazione de “L’Italia che resiste”.

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Il sacrificio di Cesare Damiano per Nicola Zingaretti

Se lo slogan elettorale di Nicola Zingaretti è “prima le persone”, Cesare Damiano l’ha fatto proprio in pieno nei confronti del candidato più quotato alla segreteria del PD: si è ritirato dalla competizione proprio per favorire la persona di Nicola.

Il 25 gennaio scorso ho seguito nei locali della V circoscrizione di Torino in Via Stradella uno dei dibattiti di “Piazza Grande” il network messo insieme per propagandare la candidatura di Nicola Zingaretti alla segreteria del PD.

Il tema della serata: “Sviluppo, lavoro e pensioni – Un’Italia del futuro” ha visto protagonisti: Mary Gagliardi segretaria del Circolo ospite, Romano Gilardi, Andrea Giorgis, Anna Rossomando, Gianna Pentenero e Cesare Damiano, moderati da Umberto D’Ottavio navigatissimo politico locale, ex Sindaco di Collegno per due legislature consecutive e Deputato uscente del Parlamento.

Su tutti sono stati significativi gli interventi di Gianna Pentenero consigliere della Regione Piemonte e Cesare Damiano ex sindacalista della CGIL nonché navigatissimo dirigente politico del Partito Democratico ed ex Ministro del Lavoro.

Gianna Pentenero ha evidenziato tutte le criticità del provvedimento governativo che istituirà il “reddito di cittadinanza”, cavallo di battaglia del M5s di Luigi Di Maio. I Centri per l’Impiego (collocamento pubblico al lavoro) che dovrebbero essere protagonisti di questa riforma, atta alla redistribuzione della ricchezza nazionale, non sono più in grado di funzionare in quanto, da tempo, sotto organico e con mezzi informatici obsoleti e non comunicanti: addirittura sono difficili gli scambi comunicativi all’interno di una singola unità operativa.

In Piemonte gli addetti ai Centri sono 420, nell’intera Italia sono 8.000. Occorre quindi correre ai ripari e il Governo gialloverde prevede di affiancare questa struttura pubblica con l’assunzione di circa 10.000 addetti da assegnare a Enfap Servizi una entità privata che gestirà attraverso le controverse figure dei Navigator un delicato servizio pubblico. Appaiono evidenti le storture organizzative al limite della costituzionalità.

Dubbi e perplessità vengono espressi in merito alla effettiva sostenibilità delle principali misure della legge di Bilancio approvata dal Parlamento a fine anno a colpi di voti di fiducia: Reddito di Cittadinanza e Quota Cento per le Pensioni.

Due misure che Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro che, durante l’esecutivo di Romano Prodi, progetto per primo il sistema delle “quote” al riguardo delle pensioni critica con veemenza. Damiano afferma: “le quote le ho inventate insieme a Romano Prodi nell’ormai lontano 2007. Il concetto di “quota”, all’origine, aveva una caratteristica, e cioè la flessibilità. Nel senso che, ad esempio, quota 95 poteva essere la somma di 60 anni di età e 35 di contributi, oppure di 58 anni di età e 37 di contributi versati.

I due addendi, quindi, composti da età anagrafica e anzianità contributiva, potevano alzarsi e scendere. La cosiddetta “quota” di Salvini ha invece un numero fisso:38 anni di contributi e 62 anni di età. In quel caso la somma fa 100, ma se un lavoratore consegue il traguardo dei 38 anni di contributi a 63 anni di età la quota diventa 101, se l’obiettivo lo raggiunge a 64 anni la quota diventa 102 e così via. È evidente che non si tratta della formula originale. In ogni caso io non penso che possiamo opporci ideologicamente a questa misura, perché è una nostra invenzione, una bandiera del Pd che abbiamo lasciato nelle mani della Lega.

La nostra opposizione si deve quindi esercitare sul funzionamento di questi strumenti, e la critica va avanzata su un punto: la quota di Salvini aiuta ad andare in pensione una certa categoria di lavoratori, cioè i lavoratori maschi delle grandi imprese del nord che hanno il vantaggio di avere una lunga carriera contributiva. 38 anni di contributi versati senza nessun vuoto oggi non sono più alla portata di tutti.

Quota 100 quindi, da sola, non basta per l’obiettivo della flessibilità del sistema previdenziale. Non a caso noi abbiamo chiesto di rendere strutturale l’Ape Sociale e il governo ha risposto parzialmente alla nostra domanda prolungando di un solo anno questo strumento.

A differenza di altri esponenti del mio partito – come Renzi, che non ho apprezzato quando si è pronunciato contro questi strumenti, Ape, Quote e reddito di cittadinanza – non penso che le due misure si contrappongano, ma che siano complementari. Una aiuta l’altra, ma una da sola non basta. Il suggerimento è di procedere con emendamenti che migliorino l’Ape Sociale, nel senso che è necessario includere nei lavori gravosi l’edilizia, i lavori stagionali e poi cancellare il vincolo che consente ai disoccupati di andare in pensione con 30 anni di contributi ma a patto che abbiano utilizzato gli ammortizzatori sociali come la Naspi. Anche se non li hanno utilizzati, bisogna far in modo che i disoccupati di lungo periodo possano andare in pensione.

In più io dico che il governo si è dimenticato della nota salvaguardia degli esodati e questo è molto grave. Noi dobbiamo chiedere che il problema venga risolto, perché ci sono 6 mila lavoratori che, a causa della riforma Fornero, non hanno più il lavoro dal 2012 e non hanno ancora la pensione. Questa era una promessa di Di Maio non mantenuta.”

Per quanto riguarda il Congresso del Partito Democratico Cesare Damiano ritiene che occorra essere inclusivi, infatti il regolamento del Partito prevede che al voto espresso dagli iscritti ai Circoli vada affiancato il voto dei partecipanti alle Primarie non iscritti. Per poter avere vita facile al Congresso occorre che Nicola Zingaretti ci si presenti con oltre il 50% dei suffragi. Ecco il motivo principale che lo ha spinto a rinunciare a presentarsi alla competizione per la segreteria.

Infine, secondo Damiano, appare evidente che il governo non riuscirà a reperire i 45 milioni di Euro occorrenti sui tre anni di durata previsti per i due provvedimenti economici bandiera del contratto di governo gialloverde. Questo determinerà probabilmente la caduta del governo.

Come opposizione il Partito Democratico deve tendere alla ricostruzione di un pavimento di diritti che il partito stesso ha largamente contribuito a distruggere, insieme ad altri e sotto varie denominazioni, negli ultimi 40 anni di vita politica italiana.

La distribuzione del lavoro e del reddito, temi tipicamente di sinistra, non possono essere lasciati in mano alla destra al governo che appare incapace di gestire una situazione complicatissima anche e soprattutto in relazione ai rapporti internazionali ed in particolare europei.

No Brexit?


Theresa May è riuscita a passare indenne da un voto cruciale per il suo governo, dopo la sconfitta durissima sul suo accordo con l’Ue per la Brexit che risulta oramai sepolto; con 325 a 306 è stata respinta la mozione di sfiducia contro di lei e il suo governo.

Il leader laburista Jeremy Corbyn ha affermato alla Camera dei Comuni che il voto sarebbe stato decisivo per la tenuta dell’esecutivo e quindi per la sua scalata al governo di Sua Maestà, ma ancora una volta il voto dei deputati del Democratic Unionist Party, i lealisti nordirlandesi, determinati a impedire che Corbyn formi un nuovo governo è risultato decisivo per il destino attuale di Theresa May.

Ora che ce l’ha fatta, ricomincerà tutto daccapo, la premier britannica riprenderà a tessere la tela con i suoi per un nuovo, al momento irrealistico accordo, per allontanare lo spauracchio del 29 marzo, quando il Regno Unito, senza un’uscita concordata con l’Ue, verrebbe brutalmente sbalzata fuori dall’Unione, con conseguenze economiche e commerciali potenzialmente gravissime.

Il partito della May risulta dilaniato da correnti diversissime, dai brexiters agli europeisti. Il punto è che non esiste un piano B dopo che le hanno “ammazzato” l’accordo raggiunto con enorme fatica con l’Europa lo scorso novembre dopo due anni di negoziati.

Inoltre, il nodo fondamentale del backstop, una assicurazione concordata con l’Unione Europea per preservare la fluidità e l’invisibilità del confine tra Irlanda del Nord e Repubblica di Irlanda; pilastro, questo, fondamentale all’accordo di pace sottoscritto il Venerdi Santo nel 1998m pare tuttora irrisolvibile: i conservatori ribelli e gli unionisti nordirlandesi (che forniscono appoggio esterno a May in Parlamento) lo vogliono rendere estraneo a un nuovo accordo mentre per l’Europa è imprescindibile.

Quindi la  May è rimasta a galla, ma lo stallo rimane immutato. Per questo si pensa di rinviare la scadenza del 29 marzo, cosa che Londra può richiedere ai 27 paesi membri Ue che in maggioranza dovrebbero essere favorevoli e approvare.

Angela Merkel però esclude la possibilità di un nuovo accordo, anche se si dice possibilista sui tempi da dare alla Gran Bretagna per trovare una soluzione interna, su cui – specifica la cancelliera – non ci saranno pressioni europee di alcun tipo. Cioè non infierire su May, ma difendere gli interessi europei. È questa la linea di Macron: “Abbiamo già raggiunto il limite di quello che potevamo fare nel contesto dell’accordo. Per risolvere un problema di politica interna britannica non possiamo non difendere gli interessi degli europei”.

Esaminiamo ora concretamente gli scenari che si preparano per la negoziazione fra il Regno Unito e l’Unione Europea:

– il Regno Unito potrebbe scegliere di entrare nello Spazio Economico Europeo (SEE) come l’Islanda, il Liechtenstein e la Norvegia. Questa opzione preserverebbe i vantaggi della legislazione del mercato unico, ma non consentirebbe al Regno Unito di influenzare direttamente il processo legislativo dell’UE;

– è molto probabile che il Regno Unito cercherà di negoziare con l’UE più accordi su temi specifici (come i servizi finanziari/bancari) oppure un singolo accordo trasversale ai settori (una sorta di accordo omnibus). Tali accordi possono concedere il diritto alle imprese europee di stabilire succursali o filiali nel Regno Unito e viceversa, e anche prevedere limitati diritti relativi ad attività transfrontaliere dirette.

Entrambe le opzioni minimizzerebbero gli effetti negativi della Brexit. Al contrario, se nessuna di queste alternative dovessero essere perseguita, le barriere giuridiche potrebbero limitare profondamente l’accesso al mercato finanziario di Londra.

il post brexit

trasferimento GB

In seguito al risultato del referendum “Brexit”, il Governo britannico dovrà “al più presto” avviare la procedura di recesso volontario e unilaterale ai sensi dell’articolo 50 del Trattato UE, il quale prevede una trattativa di durata biennale.

Andrea Leadsom, candidata emergente per la leadership del Partito Conservatore e del governo britannico, si è presentata come garante dell’attuazione della Brexit dopo il referendum confermando di volere l’avvio dei negoziati per il divorzio da Bruxelles al più presto possibile, senza rinvii. L’attuale sottosegretaria all’Energia ha assicurato che un eventuale governo guidato da lei garantirà il diritto dei cittadini dell’Ue residenti in Gran Bretagna di restare. I negoziati per l’uscita dall’Unione, secondo Leadsom, saranno condotti da un team governativo, ma che verranno consultati il mondo dell’impresa, dell’economia e i partiti di opposizione.

Intanto Nigel Farage il leader della Brexit, proprio ora che l’obiettivo è a portata di mano si è dimesso per “riavere indietro la sua vita”. Difficile non vedere in questo comportamento l’ammissione della mancanza totale di piani suoi o del suo gruppo per fare di quel loro sogno la realtà di domani.

Esaminiamo ora concretamente gli scenari che si preparano per la negoziazione fra il Regno Unito e l’Unione Europea:

– il Regno Unito (non troppo, dopo le voci di secessione della Scozia) potrebbe scegliere di entrare nello Spazio Economico Europeo (SEE) come l’Islanda, il Liechtenstein e la Norvegia. Questa opzione preserverebbe i vantaggi della legislazione del mercato unico, ma non consentirebbe al Regno Unito di influenzare direttamente il processo legislativo dell’UE;

– è molto probabile che il Regno Unito cercherà di negoziare con l’UE più accordi su temi specifici (come i servizi finanziari/bancari) oppure un singolo accordo trasversale ai settori (una sorta di accordo omnibus). Tali accordi possono concedere il diritto alle imprese europee di stabilire succursali o filiali nel Regno Unito e viceversa, e anche prevedere limitati diritti relativi ad attività transfrontaliere dirette.

Entrambe le opzioni minimizzerebbero di molto gli effetti negativi della Brexit. Al contrario, se nessuna di queste alternative dovessero essere perseguita, le barriere giuridiche potrebbero limitare profondamente l’accesso al mercato finanziario di Londra. Tuttavia, alcune recenti leggi finanziarie dell’UE hanno introdotto un “regime di equivalenza dei paesi terzi” che permette alle persone giuridiche di Paesi terzi di accedere alla UE in base ai principi di reciprocità e di equivalenza. Il governo del Regno Unito può tentare di far leva su questo principio e, quindi, rassicurare gli investitori globali che il proprio regime normativo prevede l’equivalenza a quello dell’UE.

Intanto gli azionisti del London Stock Exchange, la Borsa di Londra di cui fa parte anche il listino italiano, si sono espressi a favore dell’accordo di fusione con la Borsa Tedesca (Deutsche Boerse) con una percentuale pari al 99,92%. Questo il risultato dell’assemblea straordinaria dei soci dell’Lse convocati per esprimersi sul progetto di integrazione con il partner tedesco dopo il no all’Europa da parte della Gran Bretagna la dice tutta sulla reale pericolosità della Brexit. E’ la finanza bellezza!

Brexit, una lezione?

brexit
Ora che le bocce sono ferme esaminiamo un evento epocale: il sonoro, storico e drammatico schiaffo all’Europa sferrato dai cittadini del Regno Unito. Dopo un lungo testa a testa, dopo un duello all’ultimo voto, il verdetto delle urne ha dato la vittoria del leave sul remain infatti si è imposto il “sì” alla Brexit. Il Regno Unito dice addio all’Europa: a favore della Brexit il 51,8% dei votanti, contro il 48,2% a favore del remain. Un verdetto che ha sovvertito le prime indicazioni della notte, secondo le quali, dagli opinion poll in poi, era in vantaggio il fronte pro-europeista. La Bbc, da par suo, è stata la prima ad annunciare la vittoria del leave.
Un momento storico e drammatico riflesso sui mercati finanziari globali in cui il panico si è  diffuso: la sterlina è in caduta libera, le Borse asiatiche, aperte a scrutinio in corso, sono precipitate. L’ultima speranza per gli europeisti erano i dati in arrivo da Londra e Scozia, che difficilmente avrebbero capovolto il verdetto. Ha vinto, quindi il fronte euroscettico guidato da Nigel Farage, mentre ne esce con le ossa rotte è il premier, David Cameron, che dopo aver indetto il referendum si è battuto a favore del remain, perdendo. Una sconfitta, la sua, che lo ha costretto a presentare le dimissioni.
Il dato sull’affluenza si è attestato al 72,1%, più basso rispetto a quanto affermato dopo i primi conteggi della serata. Il picco dell’84% è stato registrato a Gibilterra, dove il “remain” ha stravinto con il 95,4 per cento.
I giovani sarebbero rimasti, hanno votato in massa remain. Per loro hanno deciso quelli che sono nella fase declinante della parabola della vita, arroccati in difesa di posizioni e privilegi, spaventati da frontiere troppo lasche. Lo spiega l’analisi dell’istituto Yougov:  il 75% dei votanti tra i 18 e i 24 anni hanno votato per rimanere nell’Unione. Anche la maggior parte degli adulti tra i 25 e i 49 anni, quelli all’inizio o nel pieno della vita lavorativa, ha scelto la permanenza nella Ue. La curva dei voti flette nella fascia d’età che va dai 50 ai 65 anni (dove il Remain cala al 42%) per precipitare al 36% tra gli over 65, i più entusiasti per l’uscita. Grandi sconfitti i giovani, insomma, tant’é!
Ora il Regno Unito è fuori dall’Unione Europea anche se potrebbe avere fino a due anni di tempo a disposizione per l’abbandono definitivo. Si apre una nuova epoca per l’Europa, dove ci si può ribellare, dove si può anche andare via, ma anche aprire una nuova fase per una vera coesione.

la decadenza…

orfini

Circola un video molto istruttivo e molto distruttivo che immortala la gogna subita dal presidente del partito democratico Orfini mentre tentava di distribuire volantini in un mercato della periferia romana al quartiere Giardinetti. Troverà posto nel documentario storico sull’epoca in cui la plebe si rivoltò. Il campionario degli insulti va dall’essenziale «Buffoni!» al più articolato «In galera dovete anna’ brutti zozzi», strillato da un bancarellaro con le treccine. «Ancora se presentano pe’ fà pubblicità al Pd, ahò! Ma ringraziate che non ve tajamo la capoccia». Orfini affronta la calata agli inferi con una dose di coraggio o di incoscienza che gli va riconosciuta. «Avete rubbato fino adesso» – «Io ho rubato?»; «Tu ci camperesti in due con 900 euro?» – «Faticosamente»; «Non sei er braccio destro de Renzi?» – «Chi, io?» (e il gallo cantò tre volte). La sua chiosa è pura comicità surreale: «Nelle periferie in generale non va benissimo. È un dato abbastanza storico».

Storico un par de palle, argomenterebbe il bancarellaro di cui sopra. Ancora dieci anni fa sarebbe stato impensabile che un dirigente del principale partito della sinistra venisse apostrofato per strada senza alcuna forma di soggezione, anzi con autentico disprezzo. Orfini sarà anche privo di carisma, però oggi nemmeno Berlinguer riuscirebbe a placare questo popolo offeso e inferocito che va alla ricerca di capri espiatori e accusa i politici di prendere i voti della gente comune per metterli al servizio dei grandi interessi finanziari. In altri tempi avrei sorriso della figuraccia rimediata da Orfini. Adesso la sua gogna fa quasi paura.

Massimo Gramellini – La Stampa

“Nemmeno BERLINGUER riuscirebbe a placare questo popolo offeso e inferocito…”,

mi permetto di osservare che BERLINGUER non avrebbe avuto bisogno di placare nessuno, perchè a questi bassi (per non dire di peggio) livelli la politica con lui non sarebbe mai scesa.
Beh, sono d’accordo con la Sig.a Giuseppina Grazia che ha lasciato questo commento al Buongiorno di Gramellini, aggiungo che questa gogna non fa paura perché colpisce giustamente, sia pure di striscio qualcuno che ha venduto l’anima al diavolo.
Saluti a tutti gli amici del blog.

#senzachiederepermesso

Il periodo coperto dal film è 1969/1985, periodo che coincide perfettamente con gli anni in cui mio padre, dopo aver lasciato la Puglia come tanti in quegli anni, lavorò oll’Officina Meccannica 32 della Fiat Mirafiori.

Lo smemorato di Collegno

senza-chiedere-permesso

Ieri sera presso il Circolo Aurora di Collegno, a cura dell’Associazione ad Ovest di Treviri e del locale Circolo Sel-SI ho assistito alla proiezione del film- documentario Senzachiederepermesso (tutto d’un fiato) di Pietro Perotti e Pier Milanese. Il periodo coperto dal film è 1969/1985, periodo che coincide perfettamente con gli anni in cui mio padre, dopo aver lasciato la Puglia come tanti in quegli anni, lavorò oll’Officina Meccannica 32 della Fiat Mirafiori. Personalmente ho potuto fruire il film con cognizione di causa, papà mi teneva sempre al corrente di tutto quanto accadeva in fabbrica in quegli anni al tempo stesso meravigliosi e terribili, meravigliosi perchè ricchi di conquiste degli operai, terribili per il clima sociale che si era creato a causa del terrorismo BR, erano gli anni di piombo.

Il documentario costituisce sicuramente una delle testimonianze più forti della memoria operaia della Detroit italiana, Torino. Una testimonianza diretta, autentica e documentata, da quel…

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l’arcitaliano

Benigni sinistro

La dialettica politica non può essere definita intolleranza. Benigni si contraddice clamorosamente, mi pare giusto sottolinearlo. Questi sono gli effetti provocati da chi ha iniziato la discussione sul voto referendario troppo presto per pura propaganda elettorale. Sei mesi di discussioni ci sfiancheranno, può essere un metodo, ma non si tratta di logica politica.

Benigni nei sei minuti dell’anteprima della replica, di ieri, della serata evento La più bella del mondo va dritto al punto: “Ora si fa un gran parlare della Costituzione, è attualissima perché si parla della riforma, dobbiamo farla o non dobbiamo farla? Si può ritoccare e rivedere? Ma certo, è scritto dentro la Costituzione”, dice il premio Oscar “naturalmente non la prima parte, ma nell’articolo 138 – gli articoli sono 139 – il penultimo”.

Il premio Oscar ammette però che la riforma è “pasticciata”, ma sostiene che sia meglio di niente. “Sono trent’anni che sento parlare della necessità di superare il bicameralismo perfetto: niente – afferma Benigni – Di creare un Senato delle Regioni: niente. Di avere un solo voto di fiducia al governo: niente. Pasticciata? Vero. Scritta male rispetto alla lingua meravigliosa della Costituzione? Sottoscrivo. Ma questa riforma ottiene gli obiettivi di cui parliamo da decenni. Sono meglio del nulla. E io tra i due scenari del giorno dopo, preferisco quello in cui ha vinto il sì, con l’altro scenario si avrebbe la prova definitiva che il Paese non è riformabile”.

Ecco sposate integralmente le ragioni di Renzi, intanto la rete si scatena come al solito arrivando a dare del rincoglionito al Premio Nobel Dario Fo che si definisce “sconvolto, terribilmente stupito”. Dario Fo ricorda Roberto Benigni quando era ancora ragazzo e muoveva i suoi primi passi nel mondo dello spettacolo. Lo rivede “fare fatica, recitare in posti in cui a malapena c’era la luce, una vera forza della natura”. E ora, quasi non sembra farsene una ragione. L’endorsement dell’attore toscano a favore delle riforme di Matteo Renzi gli sembra inaccettabile, se non nell’ottica del “dare e avere”. Premio Nobel contro premio Oscar, in nome di quella che proprio Benigni aveva definito “la più bella del mondo”: la Costituzione. Da tempo vicino al Movimento 5 stelle, Fo dosa le parole, ma quello di cui parla è di fatto un “tradimento” figlio delle “lusinghe” del potere.

4 passi verso la maturità 2016

quattro passi


Nemmeno un mese e ricomincerà l’iter dei temuti esami di maturità, croce e delizia di studenti e insegnanti e naturalmente di famiglie, apprensive o speranzose, fate voi.

Mi ricordo bene quando toccò a me, prepararmi per il fatidico esame. Gli ultimi mesi di scuola li passai tra l’ansia per l’imminente esame e la voglia disperata di saltare il fosso, di togliermelo dai piedi, anche se non sapevo bene cosa avrei dovuto aspettarmi dalla vita. Fino ad allora avevo pensato solo al presente, mentre improvvisamente il futuro stava irrompendo nella mia vita.

E’ proprio perché me lo ricordo e ci sono passata, non solo indenne ma anche vittoriosa, che mi è venuta voglia di ragionare insieme su come fare 4 passi avanti verso la maturità. Un momento importante per il quale bisogna prepararsi al meglio. Vediamo insieme come.

Se è vero quello che denuncia un’autorevole agenzia di stampa, l’ANSA, a proposito della preparazione degli studenti che si avvicinano alla maturità, allora ciò che capitò a me ormai molti anni fa non solo non ha cambiato segno ma forse è addirittura peggiorato.

Nelle nostre scuole il novecento non si insegna, non in storia, non in italiano niente di niente. Non c’è tempo per finire i programmi, salvo poi puntualmente inserirlo nelle prove d’esame. Temi di storia, orali incentrati sul periodo più vicino al presente, con buona pace di tutto il resto.

Io ricordo bene che dovetti studiare dalla prima guerra mondiale in poi tra la fine della scuola e l’inizio dell’esame. Volete sapere quale tema storico fu disponibile tra gli altri? Naturalmente il tema degli interventisti e neutralisti nel primo conflitto mondiale. Me lo ricordo ancora, tanto mi aveva colpito la coincidenza.

Dunque vi capisco cari ragazzi se avete paura di dover affrontare un esame complesso e abbastanza vasto, immagino l’ansia che vi assale per immaginarvi lì davanti a un plotone di insegnanti che valutano quanto sapete e come lo esponete.

Dovete esserne consapevoli. Sarebbe già un piccolo vantaggio.

So che dover abbandonare un ciclo di vita e affacciarvi definitivamente all’età adulta spaventa. Ma tanto vale farlo alla grande. Studiate. …e continuate a leggere!

la festa del 2 giugno spiegata ai nostri figli

Il Presidente Mattarella scrive: “Il 2 giugno 1946, con il referendum istituzionale, prima espressione di voto a suffragio universale di carattere nazionale, le italiane e gli italiani scelsero la Repubblica, eleggendo contemporaneamente l’Assemblea costituente, che, l’anno successivo, avrebbe approvato la carta costituzionale, ispirazione e guida lungimirante della rinascita e, da allora, fondamento della democrazia italiana”.

Lo smemorato di Collegno

Festa della Repubblica Italiana

Oggi, 2 giugno niente scuola: si fa vacanza! Ma come mai? Perché si festeggia la nostra Repubblica! E quest’anno,m l’anniversario è anche più importante del solito, perché è il 70esimo anniversario della nascita dell’Italia repubblicana e democratica.

Per capire perché il suo compleanno sia proprio il 2 giugno bisogna tornare indietro nel tempo: al 2 giugno 1946 , quando, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, i cittadini italiani votarono con un referendum per decidere quale forma di governo preferissero per il paese: monarchia o repubblica? Vinse la repubblica con 12.718.641 voti contro 10.718.502: dopo 85 anni di vita, il Regno d’Italia si trasformò in una Repubblica , costruita dalla Resistenza sulle macerie lasciate dalla II Guerra Mondiale e dal fascismo. Il 2 giugno rimase festa nazionale fino al 1977, poi la sua celebrazione fu spostata alla prima domenica di giugno. Soltanto nel 2001, l’allora presidente della Repubblica Carlo…

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