la decadenza…

orfini

Circola un video molto istruttivo e molto distruttivo che immortala la gogna subita dal presidente del partito democratico Orfini mentre tentava di distribuire volantini in un mercato della periferia romana al quartiere Giardinetti. Troverà posto nel documentario storico sull’epoca in cui la plebe si rivoltò. Il campionario degli insulti va dall’essenziale «Buffoni!» al più articolato «In galera dovete anna’ brutti zozzi», strillato da un bancarellaro con le treccine. «Ancora se presentano pe’ fà pubblicità al Pd, ahò! Ma ringraziate che non ve tajamo la capoccia». Orfini affronta la calata agli inferi con una dose di coraggio o di incoscienza che gli va riconosciuta. «Avete rubbato fino adesso» – «Io ho rubato?»; «Tu ci camperesti in due con 900 euro?» – «Faticosamente»; «Non sei er braccio destro de Renzi?» – «Chi, io?» (e il gallo cantò tre volte). La sua chiosa è pura comicità surreale: «Nelle periferie in generale non va benissimo. È un dato abbastanza storico».

Storico un par de palle, argomenterebbe il bancarellaro di cui sopra. Ancora dieci anni fa sarebbe stato impensabile che un dirigente del principale partito della sinistra venisse apostrofato per strada senza alcuna forma di soggezione, anzi con autentico disprezzo. Orfini sarà anche privo di carisma, però oggi nemmeno Berlinguer riuscirebbe a placare questo popolo offeso e inferocito che va alla ricerca di capri espiatori e accusa i politici di prendere i voti della gente comune per metterli al servizio dei grandi interessi finanziari. In altri tempi avrei sorriso della figuraccia rimediata da Orfini. Adesso la sua gogna fa quasi paura.

Massimo Gramellini – La Stampa

“Nemmeno BERLINGUER riuscirebbe a placare questo popolo offeso e inferocito…”,

mi permetto di osservare che BERLINGUER non avrebbe avuto bisogno di placare nessuno, perchè a questi bassi (per non dire di peggio) livelli la politica con lui non sarebbe mai scesa.
Beh, sono d’accordo con la Sig.a Giuseppina Grazia che ha lasciato questo commento al Buongiorno di Gramellini, aggiungo che questa gogna non fa paura perché colpisce giustamente, sia pure di striscio qualcuno che ha venduto l’anima al diavolo.
Saluti a tutti gli amici del blog.
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La scoperta dell’acqua calda

acqua-calda

Come era fin troppo prevedibile, il movimento di Grillo sta fallendo nella mancata selezione della classe dirigente. Se in Italia procedi con la pesca a strascico, non tiri su la Svezia, ma pur sempre l’Italia. Bisogna avere il coraggio di riconoscere che il governo dell’uomo qualunque è una boiata pazzesca. Che «uno vale uno» è una boiata pazzesca. Che eleggere il primo cazzone che ha cento amici su Facebook è una boiata pazzesca. Per fare politica ci vogliono persone che escano da una competizione dura dentro partiti strutturati. Ci vuole la Prima Repubblica, ma con una variante fondamentale, giustamente pretesa dai Cinquestelle: il limite dei due mandati, unico vero argine contro la corruzione. Mentre i partiti padronali e i movimenti di protesta sono solo un argine contro l’intelligenza.

Mi pare quindi eccessiva la preoccupazione di Berlusconi per le prossime elezioni che dice: “Imperativo è battere i 5 Stelle” anche perchè le previsioni dei sondaggi dicono che il Pd va ad indebolirsi ulteriormente anziché riprendersi. Se Pd e M5s si trovassero al ballottaggio, vincerebbero questi ultimi. Per questo il centrodestra ha l’obbligo di diventare protagonista alle prossime elezioni: uniti sarebbero in vantaggio ma avrebbero difficoltà al ballottaggio.

Il popolo cercherà un’altra via.

il ‘partigia’ Primo Levi

partigia

I «partigia» erano – secondo un modo di dire piemontese – i combattenti della Resistenza spregiudicati nell’uso delle armi: decisi e svelti di mano. A loro Primo Levi, nel 1981, ha dedicato una poesia (*). Narratore formidabile, Levi non ha mai esplicitamente affrontato i fatti delle settimane dell’autunno 1943 da lui trascorse come ribelle nella valle d’Aosta, prima che egli fosse catturato e deportato ad Auschwitz. Il dilemma della scelta che, dopo l’8 settembre si pose ai giovani di una nazione allo sbando, è, sopratutto oggi che i fatti si allontano nelle nebbie della storia, un tema bruciante. Il problema della legittimità e della moralità della violenza partigiana prima e sopratutto dopo il 25 aprile è tuttora lacerante, vedasi, ad esempio, l’annosa diatriba Bocca/Pansa ora sopita a causa della morte di Bocca. Tra le figure esemplari di questa lacerazione Primo Levi è in primo piano. Dolente, prima ancora che come testimone della Soluzione finale del problema ebraico, come testimone degli aspetti più scabrosi di una guerra civile. La poesia che segue potrebbe essere considerata un testamento o meglio una resa dei conti.

(*) Partigia

Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?

Molti dormono in tombe decorose,
quelli che restano hanno i capelli bianchi
e raccontano ai figli dei figli
come, al tempo remoto delle certezze,
hanno rotto l’assedio dei tedeschi
là dove adesso sale la seggiovia.

Alcuni comprano e vendono terreni,
altri rosicchiano la pensione dell’Inps
x si raggrinzano negli enti locali. (@aliante)
In piedi, vecchi: per noi non c’e’ congedo.

Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sarà duro,
ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.

Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell’alba non ci sorprenda il nemico.

Quale nemico? Ognuno e’ nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non e’ mai finita.

#antifascismo, #politica

Un’altra Ceglie, al momento, è impossibile!

brindisi

Molti penseranno che domenica Renzi abbia perso l’aura di invincibile perché è stato troppo Renzi. A me invece sembra che lo sia stato troppo poco. La sua è stata una sconfitta più narrativa che politica. A essere andato in crisi è il racconto con cui l’anno scorso aveva sedotto un Paese stufo dei soliti riti e delle solite facce. Quel racconto prometteva di sostituire i mandarini del Pd con una leva di giovani amministratori locali come lui. Il partito della Nazione, capace di prendere voti a destra e a sinistra, doveva essere il partito dei sindaci. Innovativi, pragmatici, conosciuti e apprezzati sul territorio. Ma, arrivato al potere, il sindaco Renzi ha rinunciato a coltivare i suoi omologhi, riducendo il governo e l’Italia a un gigantesco programma televisivo di cui si considera il presentatore unico, tutt’al più affiancato da una collaboratrice preparata e accudente. Il guaio è che, anziché un Renzi o una Boschi, nelle urne i liguri si sono ritrovati Raffaella Paita, il prolungamento scolorito del governatore uscente. E i veneti la debolissima Moretti, al cui confronto il leghista Zaia sembrava Metternich. Mentre i candidati che hanno vinto – Rossi, Emiliano e il chiacchierato De Luca in Campania – non sono stati scelti dal premier, il quale li ha subiti come un male necessario.

Renzi si sente Messi, ma per tenere l’Italia dovrà diventare Guardiola, uno scopritore e coordinatore di talenti. Il mito dell’uomo solo al comando funziona soltanto finché comanda appoggiandosi ai migliori. Se rinuncia a farlo, il mito svanisce e rimane l’uomo. Solo.  (Massimo Gramellini – La Stampa)

Dicevano gli antichi: quando la nave affonda, i topi scappano. Il Massimo nazionale anticipa persino i tempi, scappa ai primi sinistri scricchiolii. Intanto la maggioranza guidata da Renzi perde un pezzettino. I Popolari per l’Italia, partito fondato da Mario Mauro dopo la scissione da Scelta Civica, hanno infatti annunciato l’uscita dalla coalizione che sostiene il governo.

Comunque nella nostra Ceglie, assunta qui a puro paradigma, tutto continua impertubabilmente come prima. Più di prima! I nostri compaesani se ne fregano di Renzi, più o meno come hanno fatto quelli del PD, sempre di Ceglie, che mi sono apparsi spiazzati dalle avventure del loro segretario_tutto_fare, al punto da non riuscire, nonostante la buona presenza di Sel sempre disponibile agli apparentamenti, a sconfiggere la destra, anzi le tre destre di Ceglie. I cegliesi, che tanto scemi non sono, ma neanche tanto avveduti, hanno scelto di continuare a farsi governare da chi li fa divertire a spese loro. Da qui non posso fare altro che osservare e rimpiangere altri Mita. Da ultimo un cegliese nel mondo ha tentato l’impossibile e nonostante la gran cassa deve, ora, continuare ad occuparsi di Affari Italiani; speriamo che siano, almeno in minima parte affari cegliesi.

Prosit!

Leone Ginzburg dice «no»

Leone Ginzburg ritratto da Carlo Levi

Il tempo migliore della nostra vita è quello di un grande combattente antifascista come Leone Ginzburg, della sua famiglia, dei suoi amici nella Torino della Einaudi, degli studiosi (pochi) che hanno saputo dire no alle lusinghe e alle minacce del regime. Ma anche quello della vita quotidiana di famiglie «normali», tra gioie e tragedie, festa e miseria. Antonio Scurati, nel suo libro che esce oggi per Bompiani  (pp. 264, € 18), racconta in parallelo tutto questo, gli uomini e le donne sotto il faro della storia e quelli che invece non lo sono stati, fino alla propria famiglia,  alla propria vicenda, dai nonni tra Milano e Napoli all’essere qui e ora e scrivere un libro. Che scava fra memoria e storia, per dare al tempo un senso.

Di seguito l’incipit:

Leone Ginzburg dice «no» l’otto gennaio del millenovecentotrentaquattro. Non ha ancora compiuto venticinque anni ma, dicendo «no», s’incammina verso la propria fine. Sebbene impugni soltanto una penna, muove quel primo, estremo passo con l’eleganza vigorosa e risoluta di uno sciabolatore che posizioni il pugno in terza, arma in linea:

«Illustre professore, ricevo la circolare del Magnifico Rettore, in data 3 gennaio, che mi invita a prestare giuramento, la mattina del 9 corrente alle ore 11, con la formula stabilita dal Testo Unico delle leggi sull’Istruzione Superiore. Ho rinunciato da un certo tempo, come Ella ben sa, a percorrere la carriera universitaria, e desidero che al mio disinteressato insegnamento non siano poste condizioni, se non tecniche o scientifiche. Non intendo perciò prestare giuramento». 

Leone Ginzburg, nacque ad Odessa (Ucraina) il 4 aprile 1909, morì nel carcere di Regina Coeli a Roma il 5 febbraio 1944.

Di famiglia ebrea di origine russa ma naturalizzato italiano, Leone frequentò tra il 1914 e il 1919 le scuole elementari a Viareggio, località di vacanza dei Ginzburg. I primi anni delle secondarie li aveva però seguiti in una scuola russa di Berlino, dove la famiglia si era trasferita, per continuare poi al Liceo d’Azeglio, quando i Ginzburg si stabilirono a Torino. Leone frequentò ancora il Liceo quando cominciò a scrivere lunghi racconti, tradusse da Gogol Taras Bul’ba, scrisse un saggio su Anna Karenina. Non sorprende, quindi, che dopo essersi iscritto alla Facoltà di Legge, l’abbia abbandonata l’anno dopo per Lettere. Non sorprende nemmeno se le frequentazioni con Norberto Bobbio, Augusto Monti e altri intellettuali torinesi (a Parigi, dove si era recato per completare la tesi di laurea, aveva anche avuto modo di incontrare, Croce, Carlo Rosselli, Salvemini), hanno in qualche modo influenzato i suoi orientamenti politici. È così che Leone Ginzburg, che dopo la laurea in lettere moderne aveva subito ottenuto la libera docenza e che con Giulio Einaudi aveva appena costituito l’omonima Casa editrice, viene estromesso dall’Università: l’8 gennaio del 1934, infatti, rifiutò di prestare giuramento di fedeltà al regime fascista. Non solo: intensificò l’attività clandestina nel movimento “Giustizia e Libertà” e poche settimane dopo viene arrestato con Carlo Levi, Augusto Monti ed altri. Il Tribunale speciale condannò Ginzburg a quattro anni di reclusione. Un’amnistia glie ne risparmiò due, e uscì dal carcere di Civitavecchia il 13 marzo del 1936. Come sorvegliato speciale non potrà svolgere attività pubblicistica, così, insieme a Cesare Pavese lavorò all’Einaudi. Si sposò nel ’38 e lo stesso anno, a causa delle leggi razziali, perse la cittadinanza italiana. Quando, nel 1940, l’Italia entrò nel conflitto mondiale, Ginzburg venne arrestato e confinato, come “internato civile di guerra” in Abruzzo, a Pizzoli. Con la caduta del fascismo, il giovane intellettuale ritornò a Roma e fu tra gli organizzatori del Partito d’Azione e poi delle formazioni partigiane di “Giustizia e Libertà”. Lavorò alla sede romana dell’Einaudi e, durante l’occupazione, adottò il nome di copertura di Leonida Gianturco. Diresse Italia Libera, giornale del Partito d’Azione, sino a che fu sorpreso nella tipografia clandestina ed arrestato il 20 novembre del 1943. A Regina Coeli i fascisti scoprirono presto chi era veramente Leonida Gianturco: Il 9 dicembre Leone Ginzburg venne trasferito nel “braccio” di carcere controllato dai tedeschi dove subì interrogatori, torture, la frattura di una mascella. Nel gennaio del 1944 il prigioniero fu trasferito, semi incosciente, nell’infermeria del carcere. Un mese dopo, mentre i suoi compagni stanno organizzando un’improbabile evasione, Leone Ginzburg venne trovato morto. Un uomo giusto fra i giusti.