#senzachiederepermesso

Il periodo coperto dal film è 1969/1985, periodo che coincide perfettamente con gli anni in cui mio padre, dopo aver lasciato la Puglia come tanti in quegli anni, lavorò oll’Officina Meccannica 32 della Fiat Mirafiori.

Lo smemorato di Collegno

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Ieri sera presso il Circolo Aurora di Collegno, a cura dell’Associazione ad Ovest di Treviri e del locale Circolo Sel-SI ho assistito alla proiezione del film- documentario Senzachiederepermesso (tutto d’un fiato) di Pietro Perotti e Pier Milanese. Il periodo coperto dal film è 1969/1985, periodo che coincide perfettamente con gli anni in cui mio padre, dopo aver lasciato la Puglia come tanti in quegli anni, lavorò oll’Officina Meccannica 32 della Fiat Mirafiori. Personalmente ho potuto fruire il film con cognizione di causa, papà mi teneva sempre al corrente di tutto quanto accadeva in fabbrica in quegli anni al tempo stesso meravigliosi e terribili, meravigliosi perchè ricchi di conquiste degli operai, terribili per il clima sociale che si era creato a causa del terrorismo BR, erano gli anni di piombo.

Il documentario costituisce sicuramente una delle testimonianze più forti della memoria operaia della Detroit italiana, Torino. Una testimonianza diretta, autentica e documentata, da quel…

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c’è modo e modo

black blok

Ecco che al Brennero si rinnovano gli schemi già noti: ad ogni azione, corrisponde una reazione. Circa 500 così detti “No Borders” si sono recati a piedi verso il confine, sulla strada statale, verso uno dei punti dove, secondo i piani annunciati da Vienna, saranno ripristinati i controlli e posizionate le barriere metalliche anti-migranti. “Distruggiamo le barriere”, lo slogan del corteo organizzato dall’ala più dura dei manifestanti. Gli organizzatori della protesta anarchica, alla quale non partecipano partiti politici, hanno rifiutato ogni tipo di contatto e trattativa con la questura di Bolzano. Alla provocazione austriaca è corrisposta quindi questa reazione. Intanto l’Europa sta a guardare continuando a considerare i migranti come un “problema” riguardante solo i paesi di confine, di conseguenza da corda a Stati come l’Austria che evidentemente covano ancora gli antichi virus della malattia nazista.

Molti sono i modi di manifestare, anche questo lo è: “Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo”, ha detto il Papa. “Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non sia delitto bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano”.

La questione è evidentemente di portata epocale, occorre porre rimedio. A tal fine, come ha detto il Papa, ci farà bene evocare i padri fondatori dell’Europa. Essi seppero cercare strade alternative, innovative in un contesto segnato dalle ferite della guerra. Essi osarono cercare soluzioni multilaterali ai problemi che poco a poco diventavano comuni. I progetti dei padri fondatori, araldi della pace e profeti dell’avvenire, non sono superati: ispirano, oggi più che mai, a costruire ponti e abbattere muri.

la centesima scimmia

L’effetto centesima scimmia è stato descritto dal biologo Lyall Watson nel suo libro del 1980 ‘Lifetide’ (La Marea della Vita) in cui racconta che negli anni ’50 alcuni  primatologi giapponesi studiarono per 30 anni la scimmia giapponese Macaca Fuscata  che, osservando il comportamento di un certo numero di colonie selvagge di questi primati, rilevarono un fenomeno sorprendente. Un gruppo di macachi aveva imparato spontaneamente a lavare le patate per eliminare la sabbia  e altre incrostazioni prima di mangiarle. Un  fenomeno ben noto e studiato dai primatologi.

Watson afferma che dopo che novantanove macachi avevano dovuto apprendere la tecnica nel modo consueto, una centesima scimmia aveva imparato spontaneamente a lavare le patate. La lezione della centesima scimmia pareva chiara: se un numero sufficiente di individui, ovvero una “massa critica”, sperimenta una stessa esperienza, ad un certo punto si produrrà lo stesso fenomeno transpersonale che si è verificato fra le scimmie giapponesi, e tutta l’umanità sperimenterà una trasformazione istantanea. E’ con questa speranza di condivisione di esperienze che si chiude il film La centesima scimmia .

Si tratta del nuovo film documentario del filmmaker Marco Carlucci, realizzato con il contributo di economisti, scrittori, giornalisti, blogger, europarlamentari, giuristi, associazioni umanitarie ed i cittadini europei. Un racconto dell’attuale crisi finanziaria e sociale vista in un’ottica opposta a quella istituzionale, un punto di vista che mette in guardia la gente comune nei confronti della propaganda che da anni ripete il mantra di un prossimo miglioramento delle economie.Il video incarna la visione sociale del cittadino, alternata dalle sconvolgenti dichiarazioni degli esperti e di quei pochi politici europei che mettono di discussione il ruolo della Banca Centrale Europea, della finanza speculativa e delle banche fiancheggiatrici. E’ in questo clima che appare Hub, a rappresentare la protesta e l’esigenza di una reale democrazia. Hub è un nome fittizio, eloquente ed emblematico, dietro il quale si cela un misterioso blogger, che si materializza nei luoghi più disparati, davanti al Parlamento Europeo o al centro delle proteste popolari in Spagna, Grecia ed Italia.

Hub è il pensiero contro, informato e libero, che aiuta a comprendere le trame dei nuovi padroni del mondo, e mostra come sia un diritto e un dovere di ciascuno difendersi e provare a ribaltare tale logica dispotica.

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“La centesima scimmia” è un documento senza confini, che concede spazio e voce alle teorie alternative al dogma dell’austerity, al ruolo centrale della Germania e alle soffocanti ricette economiche imposte dai governi ai cittadini, come se fossero l’unica via d’uscita.Con tutto il dramma derivante dalla perdita del lavoro, della casa, della dignità e di ogni futuro in un mix di forza e di passione, “La centesima scimmia” mostra l’Europa dei popoli, uniti oggi sotto il tallone oppressivo della finanza, delle banche e dei poteri occulti, l’altra Europa.

La pericolosa deriva dell’Italia innamorata del complottismo

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Un affilatissimo duello quello che si è verificato nei giorni scorsi al Senato tra Mario Monti e Matteo Renzi: sono affiorate due visioni opposte dell’Italia in Europa. Forse vale la pena ricordare in proposito che, anche se oggi i rapporti tra i due non sono più quelli di una volta, Giorgio Napolitano e Mario Monti sono stati i protagonisti di una delle operazioni politiche più controverse degli ultimi anni: il “dimissionamento” forzato di Silvio Berlusconi nel novembre del 2011. In quella occasione in tanti ipotizzarono un concorso internazionale, da Obama alla Merkel, nella rimozione della mina Berlusconi, sta di fatto che, concluso lo scontro in aula tra Renzi e Monti, un senatore renziano ha sussurrato: “Se il professor Monti ha mandanti internazionali per aprire la strada a qualcun altro, stavolta gli andrà male”. A palazzo Chigi qualche sospetto comincia a serpeggiare su possibili movimenti ostili dalle parti di Berlino, Bruxelles, Londra e Washington, un sospetto avvalorato degli editoriali decisamente critici con Renzi, usciti negli ultimi venti giorni su testate come Financial Times, Frankfurter Allgemeine, New York Times.

L’altra Italia, quella della trattativa, nel passato ha usato altri metodi. Opposti. Esemplare il caso del Consiglio europeo del giugno 2012, dove si sommarono trattative felpate e un veto calato al momento decisivo. Erano le settimane nelle quali il sistema dell’euro era sull’orlo della rottura, la cura da cavallo imposta dal governo Monti non riusciva a debellare lo spread e in quella occasione il presidente del Consiglio, per forzare le resistenze della Merkel, preparò riservatamente una rete di alleanze, in particolare con Obama, col neo-presidente francese François Hollande e col primo ministro spagnolo Rajoy. E così, durante un Consiglio durato ininterrottamente 15 ore, prima la Spagna e poi l’Italia minacciarono di porre il veto e alla fine, con la Germania sulla difensiva, si posero le premesse politiche per la successiva dichiarazione di Mario Draghi: il famoso «whatever it takes», che pose fine all’assedio a Roma e Madrid sui mercati finanziari.

In riferimento alle teorie complottistiche ventilate in Senato riporto di seguito un interessante articolo comparso sulla rivista web eastonline.

Mentre negli Stati Uniti cresce il timore di uno scontro Donald Trump-Hillary Clinton per la corsa alla Casa Bianca, in Italia sta emergendo con sempre maggiore vigore un fenomeno preoccupante. È la teoria del complotto, dell’agente esterno che punta a destabilizzare i sottili equilibri di un Paese che dovrà fare i conti, prima o poi, con la realtà. Non quella del complotto o delle scuse. Non quella degli seguaci accondiscendenti, anestetizzati da una retorica a senso unico. A Matteo Renzi va riconosciuto molto. Il suo vigore e la sua spinta propulsiva sono stati un toccasana contro l’immobilismo italiano. Eppure, l’impressione è che qualcosa si sia rotto.

L’episodio è noto. Il presidente del Consiglio ha attaccato a distanza Mario Monti: «I tecnici ci hanno regalato gli esodati della Legge Fornero, il fiscal compact, le tasse sulla casa e la vicenda marò, il ball-in delle banche senza aver fatto come altrove la bad bank. E adesso pretendono di spiegarci come fare a risolvere i problemi che loro stessi hanno creato?». Parole dure, che però non tengono conto della situazione in cui si trovava il Paese fra il maggio 2011 e il marzo 2012. L’Italia aveva perduto quasi tutta la sua credibilità internazionale e rischiava di essere estromessa dal mercato obbligazionario. In altre parole, fra ottobre e novembre 2011, c’era il concreto timore che un’asta di titoli di Stato potesse non essere coperta. E serviva un cambio di rotta.

Quanto introdotto dalla Commissione Europea durante la fase più oscura della crisi, compresi il tanto odiato fiscal compact e l’ancor più odiato bail-in, era quanto di meglio si potesse fare in un periodo storico dentro il quale pure i funzionari europei navigavano a vista. Mai avevano dovuto fare i conti con quella immensa tempesta che si era scatenata. Eppure, nonostante l’isteria di quei mesi, l’Eurozona è ancora qui. E quei trattati nati in notti insonni garantiscono una buona base, anche sotto il profilo della flessibilità, per il futuro. Attaccarli non ha senso, a meno che non si sia in una sorta di campagna elettorale permanente che non solo danneggia il Paese in cui viene effettuata, ma anche il clima generale dell’area in cui quel Paese è inserito. Parlando con un alto diplomatico statunitense riguardo i recenti fatti italiani, è emerso proprio questo problema: «Perché sembra che Renzi sia in costante campagna elettorale? Perché lascia intendere che ci siano delle forze esterne che vogliono destabilizzarlo? Piuttosto, la domanda che mi dovrei porre è: come posso rendere la crescita italiana sostenibile senza l’aiuto delle banche centrali?». Una domanda legittima.

Il capitale riformatore di Renzi è uno dei più significativi esempi di come basti poco per prendere delle decisioni storiche. Tuttavia, la sensazione è che si sia perso di vista l’obiettivo di ogni governo che vuole lasciare una traccia importante nella storia del Paese in cui opera. L’orizzonte temporale d’azione, a meno che non sia un mero esecutivo di transizione, non deve essere limitato. Non deve quindi guardare ai prossimi due anni, bensì al prossimo decennio. Per farlo, non deve perdere tempo in sterili discussioni su chi cospira, su chi manovra, sul nemico esterno. Illudersi che l’attuale quadro macroeconomico – tassi prossimi allo zero, politica monetaria accomodante – sia eterno è quanto di più errato si possa fare. Il mercato obbligazionario è cristallizzato, ma è proprio per questo che gli investitori stanno cercando rendimenti laddove possono, cioè su asset che presentano un grado di rischio più elevato. In pratica, nasceranno altre bolle, oltre a quelle che già ora sono presenti.

Ferruccio de Bortoli, sul Corriere della Sera, ha commentato con lucidità quale è lo scenario in cui si sta muovendo l’Italia e quali sono i rischi futuri. «L’anestetico (o il metadone) della Bce non è infinito. La congiuntura favorevole di euro e petrolio è irripetibile. Se il nostro debito, nel rapporto con il prodotto interno lordo (Pil), non dovesse scendere dopo nove anni, come promesso, il Paese sarebbe nuovamente esposto alla speculazione dei mercati», ha scritto de Bortoli. E ha ragione.

Se si desidera evitare che la prossima ondata di crisi travolga il Paese occorre utilizzare quel realismo che non fa rima con la politica degli slogan, e nemmeno con complottismo. Non c’è una cospirazione contro Renzi, né contro l’Italia. C’è invece un problema di classe dirigente. O meglio, di corpi intermedi. Circondarsi solo di Yes Men non solo è dannoso per l’uomo comune, ma in questo caso anche per il Paese. Cosa accade a uno che riveste una posizione apicale e sotto di lui ha solo Yes Men? Semplice: viene polverizzato. Questo perché perde l’attaccamento con il piano reale e diventa schiavo dell’approvazione dei suoi. Non solo. La società, l’azienda, che ha un capo così non ha futuro, perché una volta che tutti gli Yes Men si trovano senza il loro apice, difficilmente potranno eleggere un nuovo numero uno, perché si autodistruggeranno in lotte intestine. Meglio quindi ricordare le parole di Niccolò Machiavelli a riguardo: «La condizione ideale per un principe è quella di essere ad un tempo amato e temuto, ma se non è possibile avere le due cose insieme è da preferire l’essere temuto».  

Qualcosa cambierà? L’Italia tornerà davvero a essere protagonista sullo scacchiere internazionale? Difficile dirlo. Il pericolo è che la risposta sia negativa, a meno di uno shock talmente intenso da rimettere in carreggiata il treno. Del resto, come ha detto Umberto Eco a The Guardian nel 2011, «la paranoia della cospirazione universale non finirà mai e non puoi stanarla perché non sai mai cosa c’è dietro. È una tentazione psicologica della nostra specie». In pratica, tutti noi siamo propensi al complottismo. Eco, nel 2011, si riferiva a Silvio Berlusconi, il quale sosteneva di essere vittima del complotto contro di lui a opera dei comunisti, della magistratura, della stampa. Le similitudini con Renzi sono molte. I gufi, il vincolo esterno e la finanza internazionale sono ciò che, secondo Renzi, sta impedendo al Paese di essere ciò che potrebbe essere. Ma a forza di dare la colpa agli altri, c’è il rischio che non si riconoscano le proprie inefficienze, i propri errori. Il leader più lungimirante e illuminato, infatti, è quello che non trova una scusa, ma una soluzione.

CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

scarpe rosse

Un uomo che esercita una qualsiasi forma di violenza sulle donne sta commettendo qualcosa di terribile. E’ vero: oggi questi comportamenti sono sanzionati penalmente, e chiunque si macchi di una colpa così abietta sarà chiamato a risponderne. Ma non bastano le leggi per fermare tale fenomeno perché la violenza sulle donne ha radici antiche e profonde nella nostra cultura. Si annida nel nostro linguaggio, nell’organizzazione della società, nelle rappresentazioni dei ruoli sessuali. Si annida dentro di noi. Tutti gli uomini devono assumersi la responsabilità di contribuire a porre fine a questo problema.
E’ necessario prendere coscienza che il problema della violenza di genere è un problema culturale e sociale, non un problema di ordine pubblico. Infatti, il luogo primario di violenza sulle donne è l’ambiente domestico, e si basa sull’ineguale distribuzione di potere tra uomo e donna; basti pensare che sino a non molto tempo fa con il termine passione veniva socialmente accettato il fenomeno del femminicidio perpetrato dalla figura maschile.
Allo stesso modo è necessario individuare la violenza in ogni sua forma: verbale, psicologica, oltre che fisica. E quella psicologica, che è quella più subdola, si manifesta anche nei luoghi di lavoro, assumendo forme differenti. E’ con le esperienze virtuose, le cosiddette buone pratiche, che nelle aziende si può aumentare il benessere nei luoghi di lavoro, e al contempo contrastare il disagio di coloro che in un’ organizzazione spendono il proprio tempo, le proprie energie e i propri vissuti cognitivi ed emotivi .
Oggi, 25 novembre 2015, voglio celebrare le donne di ogni paese, religione ed etnia che combattono quotidianamente la loro battaglia contro ogni forma di violenza e contro il terrorismo, a tal proposito voglio ricordare quanto previsto dalla nostra Carta Costituzionale a protezione della famiglia elemento fondante della nostra società.

Art. 31 Costituzione
La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.
Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

La Costituzione Italiana, sancisce il principio di uguaglianza di genere: uomini e donne, in particolare nel mondo del lavoro, hanno diritto al medesimo trattamento. Riconoscendo la pari dignità sociale e l’uguaglianza davanti alla legge a tutti i cittadini (art. 3), la parità tra donne e uomini in ambito lavorativo (artt.4 e 37), l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi all’interno del matrimonio (art.29) e la parità di accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza (art. 51), la Costituzione pone punti di riferimento importanti per lo sviluppo della normativa futura.

L’8 marzo 2002, per garantire una maggior presenza delle donne nelle cariche pubbliche, venne modificato l’art. 51 della Costituzione. E’ così prevista l’adozione di appositi provvedimenti finalizzati all’attuazione delle pari opportunità fra uomini e donne nella rappresentanza.

Sono razzista ma sto cercando di smettere

razzismo
Consiglio ai miei quattro seguaci (ammesso che siano almeno quattro) la lettura di un libricino sempre attuale, il titolo è “Sono razzista ma sto cercando di smettere” è molto istruttivo, intanto, fin da quando lo lessi io nel 2009, sono convinto che sono razzista e sto cercando di smettere, se ci riesco ve lo dico..
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Niente razze, ma molto razzismo. Nonostante studi approfonditi abbiano dimostrato da tempo che di razze umane ce n’è una sola, certi sentimenti non smettono di circolare. Siamo tutti parenti, discendenti dagli stessi antenati africani che hanno colonizzato in poche migliaia di anni tutto il pianeta. Niente razze, ma molte differenze, scritte un po’ nel nostro DNA. E moltissimo nella nostra cultura, nei tanti luoghi comuni dove andiamo a inciampare ogni giorno, nei pregiudizi che ci guidano attraverso le piccole e grandi vicende della vita e che ci portano a subire, dire, fare o semplicemente pensare cose razziste.
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Ecco un problema che si trascina da oltre mezzo secolo >: Palestina: “Piombo Fuso” per finire e per iniziare.
Cerchiamo di leggere cosa appare, alla luce della storia degli ultimi decenni, nell’azione sanguinosa degli israeliani nella striscia di Gaza e vediamo che non era imprevedibile. Oggi intanto: “Israele teme un’intensificazione degli attacchi terroristici ed a Gerusalemme arrivano i soldati per rafforzare la prevenzione. Si tratta di oltre mille militari che l’esercito si schiera «a corona» attorno ai quartieri arabi di Gerusalemme Est, da dove sono arrivati finora l’80 per cento degli autori degli attacchi compiuti nelle ultime quattro settimane. Si tratta dei quartieri di Beit Hanina, Shuafat, Issawya, Silwan, Jabel Mukaber e Zur Bacher.” continua…

Settecento

migranti

Ammazzato di botte.

Nicholas, 12 anni, brindisino di adozione, albanese di nascita, conosceva alla perfezione il significato di “ammazzato di botte”. Era arrivato in Italia a gennaio, un mese freddo, troppo per le piccole mani che avevano dovuto reggere il portellone di una vecchia Skoda, semichiuso per non farsi scorgere, giusto lo spazio per respirare. Quello spazio sorretto dalle sue dita congelate.

Un lungo viaggio da Tirana. Infinito. Fuggiva. Sapeva anche cosa voleva dire fuggire. Un ragazzo di 12 anni che sa perfettamente il significato di “ammazzato di botte” e di “fuggire”, ha già vissuto tutto. Quella mattina, sul bagnasciuga del villaggio turistico Mediterraneo, nell’alba pugliese cocente e lenta, gli si era stretto il fiato in gola. Spiaggiato e freddo, il corpo di un uomo. “Ammazzato di botte”, così sarebbe apparsa la notizia il giorno dopo sulla gazzetta locale. Sfiorato dalle onde leggere di un mare turisticamente perfetto.

Nicholas era stato il primo a trovarlo. Nicholas dormiva poco d’estate. Si alzava con il padre Rudy, che lavorava in quel villaggio come cuoco, così gli aveva sempre raccontato. “Io sono un cuoco” e Nicholas ne andava fiero. Lavava i piatti in realtà o poco più. Ma era impeccabile nella sua divisa bianca, impeccabile come il suo accento slavo non ancora perso nonostante da due anni vivesse in Italia.

Fuggito dall’Albania insieme al figlio. Era il terzo componente di un piccolo gruppo di dissidenti politici. Ammazzati di botte. Nicholas li aveva visti, gli altri due, cadere davanti ai suoi occhi e davanti alla porta di casa sua, alla vigilia di Natale. In piena caccia grossa organizzata dal reparto speciale della polizia. Li aveva visti sputare sangue fino all’ultimo barlume di vita. Crollare a terra massacrati dai pugni di cinque agenti incappucciati di nero. Nero come il buio di quella notte a Tirana. O come il viaggio dentro quel cofano semi-arrugginito.

Nicholas dormiva poco forse anche per questo. Aveva bisogno di vedere la luce appena possibile.

E così quella mattina era stato il primo a trovarlo. Avevano strappato gli abiti di dosso a quell’uomo muscoloso. Nudo e rannicchiato sulla sabbia bagnata. Sembrava dormisse. Lo aveva guardato a lungo, stropicciati gli occhi ancora sonnacchiosi, sperava se ne andasse, si alzasse e se ne andasse. Invece no. Dalle tumefazioni sulla schiena, pareva avesse combattuto contro un nemico spietato, senza tregua, senza speranza.

“L’hanno picchiato !!”

“Chi? Chi hanno picchiato?” Il padre di Nicholas non aveva fatto caso più di tanto che il letto del figlio fosse vuoto, era abituato a non trovarlo al risveglio, era tranquillo perché solitamente lo sapeva in giro per i vialetti del villaggio. Stava facendo colazione, testa china sulla tazza di caffelatte, televisore sintonizzato su di un canale albanese un po’ disturbato ma tanto era, meglio di niente. Stava portando il cucchiaio alla bocca, quando Nicholas irruppe in casa, urlando “L’hanno picchiato !!”

“Chi hanno picchiato?” ripetette due volte il padre. “Un uomo. Sulla spiaggia, è sulla spiaggia. Sembra morto. Forse è morto. Non so. Papà, l’hanno picchiato.”

“Ora calmati Nicholas”. Il padre gli prese le mani tremanti. Come foglie leggere vibravano. Lo abbracciò forte. Lo strinse a sé per dargli calore, per trasmettergli una sicurezza che forse neanche lui possedeva. Ma ne era il padre. Doveva in qualche modo dimostrarglielo. “Vengo a vedere dai !”.

Si buttò addosso una felpa sbiadita che gli aveva regalato lo chef, quello vero, il giorno del suo compleanno. Al centro, ancora riconoscibile, il profilo della Puglia e una scritta “Benvenuti nella terra del sole, del mare e del vento.” E di vento quella mattina ce n’era parecchio.

Rudy, tenendo Nicholas per mano, uscì dal suo alloggio, modesto, al primo piano della palazzina centrale, quella davanti alla piscina ormai vuota. Mancava una settimana alla fine di settembre, pochi giorni ancora e il villaggio avrebbe chiuso la stagione. Erano rimasti pochi turisti, per lo più locali. Padre e figlio giunsero in spiaggia quando una pattuglia di vigili urbani, probabilmente avvisati da qualcuno, stava già facendo delle rilevazioni. Il corpo dell’uomo era stato coperto da un lenzuolo bianco. “Papà, vorrei anch’io avere quel lenzuolo per coprirmi di notte. Guarda come è bianco !!” sussurrò Nicholas all’orecchio del padre che stava osservando con attenzione la scena. Rudy si voltò, sorrise e lo accarezzò. Si radunò una piccola folla di curiosi.

“Sono io che l’ho visto per primo”. Con il petto gonfio per la soddisfazione, quasi si aspettasse di ricevere un’onorificenza per ciò che aveva scoperto, il ragazzo passò fra i presenti, andando a sistemarsi di fianco ad un vigile urbano. “Questa notte è arrivato poco lontano di qui, un barcone di profughi albanesi” lo sentì raccontare ad un giovane elegantemente vestito. “Chi è papà?” fece Nicholas indicando l’uomo con un dito. “E’ un giornalista. Il cronista della gazzetta locale. Comunque te l’ho detto mille volte che non devi fare segno con il dito quando parli di qualcuno !” Il ragazzo abbassò la testa contrito, ma non smise di ascoltare ciò che l’agente raccontava. “Erano parecchi, troppi per le dimensioni della barca. Probabilmente qualcuno l’hanno ammazzato di botte e buttato in mare per alleggerire il carico. Questo è il primo che troviamo. Abbiamo recuperato l’imbarcazione vuota a 700 metri dalla riva. Non poteva andare oltre altrimenti si sarebbe arenata sul fondale.” 700. A Nicholas rimase quel numero in mente. 700. Quanti sono 700 metri?

“Papà, per favore, dammi le chiavi di casa, ho bisogno di andare in bagno”. Rudy gliele sporse. Mentiva. Arrivò a casa di corsa, trafelato. Sapeva che suo padre teneva un metro di legno nel cassetto del comodino. Lo trovò subito. Uscì di nuovo di corsa. Quel giorno non andò a scuola. Qualcuno lo vide appoggiare sulla sabbia il metro. E contare. 1, 2, 3, 4…

Un racconto di Flavio Palazzina

La salute mentale secondo Franco Basaglia

Franco Basaglia

Franco Basaglia, psichiatra e neurologo veneziano, nacque l’11 marzo del 1924. E’ considerato il fondatore della moderna concezione della salute mentale. La disciplina psichiatrica in Italia ha subito grazie a lui una evoluzione che ancora oggi lascia il segno sulla scienza influenzata dai suoi studi. A lui si deve la Legge 180 detta appunto “Legge Basaglia”. Quella legge ha trasformato il vecchio ordinamento degli ospedali psichiatrici in Italia, promuovendo notevoli passi avanti nel trattamento del malato di mente, nella cura dei suoi disagi, e nel rispetto per la sua persona. Infatti ispirandosi alle idee dello psichiatra ungherese Thomas Szasz, Basaglia s’impegnò per riformare l’organizzazione dell’assistenza psichiatrica ospedaliera e territoriale, proponendo un superamento della logica manicomiale.

Si dice che i migliori psichiatri, così come i migliori psicologi, siano in genere persone affette loro stesse da turbe intellettive e morali, tormentati da traumi infantili o stress nervosi dell’età adulta, come pare sia stato Freud, e molti altri famosissimi luminari del settore. Questo è il pregiudizio popolare o la leggenda metropolitana corrente. In ogni caso, per Franco Basaglia non fu così.

Egli si laureò all’età di 25 anni, nel 1949, presso l’Università di Padova, dopo aver frequentato il liceo classico della sua città. Nel 1953 si specializzò in “Malattie nervose e mentali” presso la facoltà della clinica neuropsichiatrica di Padova. Quello fu anche l’anno fortunato del suo matrimonio: sposa Franca Ongaro, madre dei suoi due figli, con cui avrà un legame non solo sentimentale ma anche intellettuale. Infatti sua moglie è coautrice con lui di vari libri sulla psichiatria moderna. Politicamente di tendenza liberale, militò con il partito Sinistra Indipendente, tra i cui membri sedette in Parlamento sempre a partire dal 1953.

Divenne docente in psichiatria dal 1958, e questa fu l’unica nota, se non dolente, un po’ più marcatamente difficile della sua vita: tra i colleghi non fu universalmente apprezzato, ed anzi le sue tesi innovative che oggi definiremmo dettate da una mentalità “sempre dalla parte del paziente” furono giudicate spudoratamente rivoluzionarie e perfino assurde da molti accademici. Sia politicamente che scientificamente troppo progressista per l’ambito nel quale si muoveva, e soprattutto per il periodo, decise dunque nel 1961 di lasciare l’insegnamento e si trasferì con la famiglia a Gorizia, dove aveva ottenuto la direzione dell’ospedale psichiatrico.

Vero e proprio manicomio vecchio stile, la clinica psichiatrica di Gorizia non gli diede vita facile. Ma la tenacia con cui si dedicò all’ambita trasformazione dei metodi di cura riuscì a portarlo all’eliminazione della pratica dell’elettroshock sui pazienti. Inoltre promosse un nuovo tipo di approccio tra malato e personale ospedaliero: più vicino, ed anzi più attento allo scambio umano dato dal dialogo e dal sostegno morale, piuttosto che alla mera cura farmacologica e professionale. Dall’esperienza in quel manicomio scaturì l’idea per uno dei suoi più celebri
libri: “L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico”, edito nel 1967.

Basaglia fondò il movimento Psichiatria Democratica, che prendeva spunto dalla corrente di pensiero dell'”antipsichiatria”, già diffusa in Gran Bretagna. Il movimento nacque nel 1973, mentre nel Regno Unito aveva preso il via dal ’68 anche questa linea interpretativa dal sapore rivoluzionario rispetto a tutta la medicina psichiatrica degli anni precedenti.

Prima della riforma dell’organizzazione dei servizi psichiatrici legata alla legge n. 180/1978, i manicomi erano spesso significativamente connotati anche come luoghi di contenimento sociale, e dove l’intervento terapeutico e riabilitativo scontava frequentemente le limitazioni di un’impostazione clinica che si apriva poco ai contributi della psichiatria sociale, delle forme di supporto territoriale, delle potenzialità delle strutture intermedie, e della diffusione della psicoterapia nei servizi pubblici.

La legge stessa voleva anche essere un modo per modernizzare l’impostazione clinica dell’assistenza psichiatrica, instaurando rapporti umani rinnovati con il personale e la società, riconoscendo appieno i diritti e la necessità di una vita di qualità dei pazienti, seguiti e curati anche da strutture territoriali. La legge prevedeva, nell’articolo 11 (“Norme finali”), che la stragrande maggioranza degli articoli (articoli 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8 e 9) cessassero di essere in vigore quando sarebbe entrata in vigore la legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, cosa che avvenne con la legge n. 833 del 23 dicembre 1978.

La legge n. 180/1978 demandò l’attuazione alle Regioni, le quali legiferarono in maniera eterogenea, producendo risultati diversificati nel territorio. Nel 1978 solo nel 55% delle province italiane vi era un ospedale psichiatrico pubblico, mentre nel resto del paese ci si avvaleva di strutture private per il 18%, o delle strutture di altre province per il 27%. Di fatto, solo dopo il 1994, con il “Progetto Obiettivo” e la razionalizzazione delle strutture di assistenza psichiatrica da attivare a livello nazionale, si completò la previsione di legge di eliminazione dei residui manicomiali. Nonostante critiche e proposte di revisione, le norme della legge n. 180/1978 regolano tuttora l’assistenza psichiatrica in Italia.

Il T.S.O. è lecito e tollerabile?

Un sistema delicato come quello della Salute mentale ha bisogno di un governo uniforme e condiviso da tutti, visto che, nel caso del TSO, gli attori sono il malato, i medici psichiatri, il Sindaco, le civiche forze dell’ordine e il Giudice Tutelare, praticamente l’intera struttura sociale. D’altro canto come in tutti gli aspetti della società italiana la nostra Costituzione è centrale anche in questo caso. Sarebbe il caso di ritornare agli antichi principi, per il bene di tutti.

Andrea Soldi è stato “preso al collo” e “un po’ soffocato”. È quanto emerge da una telefonata tra i soccorritori dell’ambulanza «Beinasco 291», arrivata in piazzetta Umbria a Torino nel primo pomeriggio del 5 agosto, e la centrale operativa del 118. Sono le 15 e l’ambulanza è appena partita da piazzetta Umbria, vi è stato caricato Andrea, 45 anni, metà della vita trascorsa in cura per schizofrenia, con un peggioramento nell’ultimo periodo. La conversazione prosegue: “l’uomo è su una barella a faccia in giù. Non volevo caricarlo così, me lo hanno ordinato” dice un soccorritore, in una chiamata alla centrale da cui dovrebbe essere partito l’ordine di caricare Andrea ammanettato dietro la schiena e “a faccia in giù”. Questa telefonata è tra gli elementi raccolti dai carabinieri del Nas, che indagano, coordinati dal pm Raffaele Guariniello, sulla morte dell’uomo coinvolto in un Tso, ordinato dallo psichiatra che lo aveva in cura per schizofrenia. Sott’inchiesta sono finiti lo stesso medico e i tre vigili urbani che hanno provveduto a bloccare Andrea.

Ora sulla vicenda, oggetto di una campagna di stampa che ha occupato le pagine dei giornali sonnolente per il periodo estivo, interviene Antonio Saitta – Assessore alla Sanità Regione Piemonte che sul suo profiLo Facebook scrive: “TSO. Intendo andare a fondo per comprendere come si è potuti giungere alla tragedia del 5 agosto con la morte di Andrea Soldi. Mi sconcerta il fatto che da 7 mesi questo paziente non ricevesse alcun trattamento. Per ogni persona seguita dalla Salute Mentale deve esserci un piano terapeutico. Ogni malato deve essere preso in carico e seguito senza lunghi periodi di sospensione dell’assistenza. Dobbiamo capire come vengono eseguiti tutti i TSO della Regione e stabilire un’omogeneità di trattamento che tenga conto della salute del malato e dei suoi diritti.”

L’intento dell’assessore Saitta mi pare buono. Ci sarebbe anche da indagare sulla liceità ed utilità del TSO comunque invasivo della libertà dei malati e loro familiari (quando questi non sono all’origine del TSO stesso).

Vediamo ora di approfondire l’argomento. Il trattamento sanitario obbligatorio, istituito dalla legge n. 180/1978 (legge Basaglia), è attualmente regolamentato dalla legge 23 dicembre 1978 n. 833 (articoli 33-35), che è un atto composito cioè di tipo medico e giuridico. Il dispositivio consente l’effettuazione di determinati accertamenti e terapie ad un soggetto affetto da malattia mentale che, anche se in presenza di alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, rifiuti il trattamento anche solo per mancanza di consapevolezza di malattia.

Il concetto di Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) è basato su valutazioni di gravità clinica e di urgenza ed è inteso quale procedura finalizzata esclusivamente alla tutela della salute e della sicurezza del paziente, ha sostituito la precedente normativa del 1904 riguardante il “ricovero coatto” (legge n. 36/1904), basato sul concetto di “pericolosità per sé e per gli altri e/o pubblico scandalo”, concetto maggiormente orientato verso la difesa sociale.

L’Italia è uno dei pochi Paesi che non prevede per il TSO né la forma scritta a pena di nullità, né un referto di esami specialistico e documentato di almeno due psichiatri, e consente una restrizione della libertà personale con la generica “proposta”, anche non documentata, di due medici di base. Il giudice tutelare non interviene subito, ma dopo 48 ore dalla firma del sindaco, a TSO già avvenuto. Il TSO ha una durata massima di sette giorni, ma può essere eventualmente rinnovato su richiesta di uno psichiatra nel caso in cui persistessero i requisiti richiesti per l’attuazione, quindi, prolungato. Durante il TSO, che si svolge nel rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici garantiti dalla Costituzione, può essere trasformato, in qualunque momento, in ricovero volontario su richiesta del paziente.

Il TSO non può essere attivato se lo stato di alterazione è dovuto a demenza, alcol, droghe, infezioni e neoplasie cerebrali, nonostante il pericolo evidente per le cose e le persone altrui. Può essere richiesto se la persona è affetta da schizofrenia e disturbi dell’umore, gravi disturbi della personalità.

Per quanto riguarda la costituzionalità di questo provvedimento restrittivo c’è da dire che il TSO non è qualificato giuridicamente come una pena, ma è di fatto una privazione coatta della libertà personale, al pari della reclusione, e si applica anche a cittadini incensurati e senza pendenze processuali in corso, per i quali vale la presunzione di innocenza fino a prova contraria, ragione che per il TSO viene meno. Altro elemento negativo è la genericità della norma. Sebbene la Costituzione vieti esplicitamente i trattamenti sanitari obbligatori, la legge 183/1980 si limita a circoscriverli al solo ambito psichiatrico, ad una generica malattia mentale, senza però definire tassativamente né le tipologie di malattia o disordine psichiatrico, né le terapie eseguibili in via coattiva.

In altri Paesi europei, come la Germania, il TSO si applica solo a chi ha condanne definitive per reati gravi. In Italia, il TSO può essere disposto sia se il paziente è violento e socialmente pericoloso, sia se la violenza è rivolta contro se stesso fino al rischio di suicidio. Le due fattispecie di malattia psichiatrica sono nettamente distinte, ovvero in rari casi la violenza contro sè stessi può essere rivolta ad altri e diventare penalmente rilevante.

Bene, pare ora abbastanza chiaro che un sistema delicato come quello della Salute mentale ha bisogno di un governo uniforme e condiviso da tutti, visto che, nel caso del TSO, gli attori sono il malato, i medici psichiatri, il Sindaco, le civiche forze dell’ordine e il Giudice Tutelare, praticamente l’intera struttura sociale. D’altro canto come in tutti gli aspetti della società italiana la nostra Costituzione è centrale anche in questo caso. Sarebbe il caso di ritornare agli antichi principi, per il bene di tutti.

Foto: Elena Gatti/Flickr

Articolo pubblicato su Agoravox

il ‘partigia’ Primo Levi

partigia

I «partigia» erano – secondo un modo di dire piemontese – i combattenti della Resistenza spregiudicati nell’uso delle armi: decisi e svelti di mano. A loro Primo Levi, nel 1981, ha dedicato una poesia (*). Narratore formidabile, Levi non ha mai esplicitamente affrontato i fatti delle settimane dell’autunno 1943 da lui trascorse come ribelle nella valle d’Aosta, prima che egli fosse catturato e deportato ad Auschwitz. Il dilemma della scelta che, dopo l’8 settembre si pose ai giovani di una nazione allo sbando, è, sopratutto oggi che i fatti si allontano nelle nebbie della storia, un tema bruciante. Il problema della legittimità e della moralità della violenza partigiana prima e sopratutto dopo il 25 aprile è tuttora lacerante, vedasi, ad esempio, l’annosa diatriba Bocca/Pansa ora sopita a causa della morte di Bocca. Tra le figure esemplari di questa lacerazione Primo Levi è in primo piano. Dolente, prima ancora che come testimone della Soluzione finale del problema ebraico, come testimone degli aspetti più scabrosi di una guerra civile. La poesia che segue potrebbe essere considerata un testamento o meglio una resa dei conti.

(*) Partigia

Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?

Molti dormono in tombe decorose,
quelli che restano hanno i capelli bianchi
e raccontano ai figli dei figli
come, al tempo remoto delle certezze,
hanno rotto l’assedio dei tedeschi
là dove adesso sale la seggiovia.

Alcuni comprano e vendono terreni,
altri rosicchiano la pensione dell’Inps
x si raggrinzano negli enti locali. (@aliante)
In piedi, vecchi: per noi non c’e’ congedo.

Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sarà duro,
ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.

Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell’alba non ci sorprenda il nemico.

Quale nemico? Ognuno e’ nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non e’ mai finita.

#antifascismo, #politica